Sapessi com’è strano

•novembre 4, 2012 • 2 commenti

Sulla rive gauche di Corso Buenos Aires

ti darò un bacio, alla Cartier-Bresson

Attorno a noi si materializzerà coreografica nebbia d’epoca

e ovatterà emozioni forti come colpi di clacson

Poi berremo tanti aperitivi, ubriacandoci di noi

e nutrendoci di olive e parole

E tu mi trascinerai per mano ai giardini di Porta Venezia

a commemorare il nostro primo incontro, sul prato

quando guardavamo le coppie di fidanzati con incredulità e benevola invidia

e tu avevi un presagio di sorriso nello sguardo

Nel ventre del metrò le nostre vite si toccheranno sulla linea gialla

e non cambieranno colore se non per fondersi alla Stazione Centrale

E in un soffio di treno in partenza troveremo il coraggio di questo viaggio

che è una scommessa contro il tempo, la noia e Milano

La Paura

•ottobre 29, 2012 • 3 commenti

In terza  elementare sperimentai per la prima volta una nuova paura, sconosciuta e indicibile. I miei genitori, nel corso di un viaggio in Africa, avevano contratto una misteriosa malattia tropicale che rimase a lungo non diagnosticata e perciò minacciosissima. Finirono nel reparto di Malattie Infettive del Policlinico di Pavia, insieme al medesimo gruppo di incauti viaggiatori col quale avevano condiviso il bagno in un’ oasi sahariana, dalle acque stagnanti infestate da parassiti. Mi accompagnarono a far visita in ospedale ai due ricoverati, degenti in due diverse camerate, separati dalla differenza di genere che era il presupposto della loro ordinaria vita coniugale. Era la prima volta che annusavo l’ odore della malattia. Vedere mio padre, l’ emblema della forza e della protezione, ridotto al pigiama e al giaciglio nosocomiale, mi sconvolse profondamente. Mia madre scarmigliata e in camicia da notte era meno straordinaria, ma  le scoprii una lacrima all’ angolo dell’ occhio, e questo minò ulteriormente il dogma dell’ invulnerabilità genitoriale che era stato fin lì il caposaldo della mia infanzia.

Scaraventata bruscamente nel  biancore raggelante dell’ ospedale, venni  a contatto con i miei timori più grandi. Sarei diventata un’ Orfana. Mi avrebbero mandato in Collegio. David Copperfield, Jane Eyre e  decine di vittime letterarie illustri mi cullarono in incubi a fosche tinte ottocentesche, dove le mie zie  di Savona, che erano state precettate per occuparsi di me e mia sorella, assumevano fattezze  di streghe arcigne ed impietose. Tutta la nostra rassicurante routine famigliare  era stravolta dalla presenza delle due Intruse. Dormivano nel lettone matrimoniale dei miei. Zia Marò -obesa, asmatica e con un gran seno ansimante- russava fragorosamente, rinforzando la naturale insonnia già propiziata dall’ infelice contingenza. Zia Cristina, più giovane di dieci anni, esercitava tutta la pedanteria connessa all’estemporanea patria potestà e alla consuetudine didattica conferita da anni di insegnamento della matematica e di onorato zitellaggio.

Il mio mondo, improvvisamente, si popolò di prescrizioni e divieti sconosciuti: indossare la sottoveste (sentii zia Marò biasimare apertamente la Mamma per l’ assenza di questo insolito capo d’abbigliamento nel nostro guardaroba, costituito da pratici indumenti da monelli), non parlare durante il pranzo, non uscire dalla cameretta…

 Il menu casalingo era costellato dalla presenza di pietanze inconsuete e disgustose, allestite dalle incolpevoli supplenti: riso e latte, merluzzo e patate, cavolfiori con la besciamella.

 Io e mia sorella Sandra reagivamo a quella Controriforma famigliare con una vivacità insolita e difensiva, che esplodeva in giochi sfrenati e rumorosi, che le due zie  stentavano ad imbrigliare con le loro tristi proibizioni.

Il Catechismo, che frequentavo quell’ anno in vista della Prima Comunione, non era d’ aiuto. Era evidente che la morte imminente dei miei genitori rappresentava una punizione divina per i miei peccati. Mi confessavo tre volte alla settimana e recitavo decine di preghiere  disperate, cui aggiungevo tutti i riti magici disponibili ad una fervida fantasia infantile. “Se prendo otto in italiano, la mamma viene a casa martedì. Se salto tre piastrelle, a papà passa la febbre.” Le mie  litanie superstiziose erano vanificate dalla storica miscredenza di mia madre. Tormentata dalla propria inquietudine, resa parossistica dalla febbre tropicale, cercava rassicurazioni per me e per se stessa. Mi convocò al suo capezzale per annunciarmi che anche se non andava in Chiesa non sarebbe andata all’Inferno. Io ebbi allora la certezza che ci sarebbe andata, ed io dopo di lei, perché non credevo alla sua salvezza.

•agosto 15, 2012 • 3 commenti

E’ assodato, ormai: non vincerò il Nobel per la letteratura. Neppure per la Medicina. Non so se ho salvato qualche vita. Di sicuro non quella delle persone cui tenevo di più, compresa me stessa. Il tempo che credevo eterno sgocciola in lacrime d’ inquietudine. Mi tengo stretta la curiosità di una giovane. La paura, tipica dei vecchi, ce l’avevo già e mi spegneva il salutare anelito alla felicità.

Potrei morire domani e di me cosa resterebbe? Qualche pensiero che ha graffiato la carta, un sorriso in una  fotografia di gruppo, le diete ipoallergeniche, biglietti del tram già timbrati, gli sms di Flavio sul telefonino, che non ho mai cancellato. Ed anche un ragazzo magro coi miei capelli arruffati e il mio genio inespresso.

Non sono stata Michelangelo, né Maria Montessori, ma forse  nel mio piccolo mondo ho affrescato una Cappella Sistina di buone intenzioni, ho insegnato libertà e sentimenti. Forse. Mi servirebbero anni, tanti. Ne sono già scivolati 52 e mi pare di essere appena venuta al mondo.

Pietà l’è morta

•marzo 13, 2012 • 2 commenti

Ha il cancro, ma non si vede. E probabilmente non morirà di quello, ma di vecchiaia e demenza. La dignità è già perduta per sempre. Maneggia con la stessa pericolosa noncuranza biscotti e catetere. Sembra una strega di Grimm, i lunghi capelli grigi arruffati e il ghigno cattivo. I neuroni superstiti non le consentono più nulla di umano e accattivante, ed hanno selezionato accuratamente la sua natura diffidente ed astiosa. Rotolano parole come pietre di ostilità padana, conservate di lei solo espressioni volgari e razziste. Apostrofa i passanti con epiteti estratti dal suo vocabolario povero e intollerante, alternando con monotona ruvidezza i “barbun” ai “negher” o ai “terun”. L’hospice è un enclave extracomunitaria nel profondo Nord, coi suoi infermieri indiani e i suoi OSS siciliani, e i suoi malati speciali per destino e appartenenza (ora, oltre alla strega lumbard,  ci sono un carcerato di mezza età e un giovane egiziano che aspettano sorella morte lontano dagli affetti più cari). Tutti sorridono gentili, pieni di riguardo e comprensione. Ma io questa vecchia non ho proprio nessuna voglia di curarla.

 

Oscar ai rimpianti

•febbraio 27, 2012 • Lascia un commento
Bombardati da suoni e colori elargiti a profusione da realtà sempre più virtuali e simulate, torniamo alla nuda selezione del biancoenero, al minimalismo muto che obbliga alla gestualità essenziale, alle lacrime e ai sorrisi. Ma ormai abbiamo facce immobili di plastica, bocche gommose indistinguibili da vagine cannibali.  E’ troppo tardi: non si può più baciare, ridere, piangere davvero. E non c’è nulla di più falso dei ricordi, ennesima ricostruzione artificiosa di un mondo che non è mai esistito.
 

Cure palliative: sfatiamo qualche pregiudizio

•dicembre 10, 2011 • 35 commenti

papaveri 2“La morfina? Deprime il centro del respiro e non la do di certo  a un malato con problemi respiratori”

Confesso che ho peccato: anch’io, anni fa, avevo delle remore a somministrare anche minime dosi di morfina al malato che presentava una brutta crisi dispnoica (di difficoltà respiratoria); avevo paura di uccidere, con la fatale fiala di morfina, il povero malato in fame d’aria,  e non mi rendevo conto che gli procuravo un’inutile sofferenza che proprio la morfina avrebbe potuto risparmiargli. A basse dosi, la morfina riduce il lavoro del cuore e procura un sollievo immediato sulla dispnea.

“Parliamoci chiaro: la morfina accorcia la vita”.

Niente di più falso. Ci sono fior di statistiche a dimostrarlo: la morfina non accelera il decorso delle malattie terminali. Non influisce sulla durata della vita, ma sulla qualità sì. La morfina libera dal dolore e restituisce la dignità al malato grave, gli consente di vivere al meglio le sue ultime giornate, di muoversi, respirare, sorridere…

“E’ troppo presto per l’hospice: non è ancora terminale”

Molti medici credono che le cure palliative vadano iniziate “in articulo mortis”. Prima è sempre “troppo presto”. Alcune terapie sintomatiche -la terapia del dolore in primis- non andrebbero mai rimandate. E’ auspicabile che chiunque non debba subire sintomi che possono essere dominati, anche se davanti a sé  ha un po’ più di una settimana di vita. Anche la “terminalità”  che consiglierebbe un ricovero in hospice, o l’attivazione delle cure palliative, è un termine che molti medici pensano come una manciata di giorni, se non di ore, quando il periodo di degenza in hospice può essere di più mesi, con beneficio importante sulla qualità dell’ultimo periodo della vita.

“Non beve più, non mangia più, sta morendo… Cosa possiamo fare? Mettiamo su una bella flebo così i famigliari sono contenti.”

La necessità di idratazione forzata negli ultimi giorni di vita è tutt’altro che dimostrata. Ho visto troppi malati terminali morire in edema polmonare (scompenso cardiaco) per lo zelo di qualche prescrittore di “flebo estetiche”. C’è una specie di legge di Murphy per i pazienti  terminali: se dai dei liquidi a un malato cui sta cedendo il cuore, quei liquidi andranno ad accumularsi  sicuramente nei compartimenti sbagliati, sovraccaricando il polmone e procurando orribili difficoltà respiratorie.

E’ invece scientificamente dimostrato che uno stato di lieve disidratazione favorisce la liberazione di endorfine (le nostre droghe naturali contro il dolore), garantendo uno stato di relativo benessere anche nelle ultime ore di vita. Nessuna “flebo estetica” ai malati morenti , ma tanta cura alla freschezza e all’igiene della pelle e delle mucose, alla comodità della posizione, al benessere indovinato dall’espressione mimica del volto o dal sorriso dei famigliari.

“Io quelli delle cure palliative non li chiamo, perché se mio padre  li vede arrivare capisce che deve morire”

Questa, ahimè, è una motivazione molto frequente del ritardo o della mancata attivazione delle cure palliative.  Il malato non deve capire che gli resta poco tempo da vivere: lo pensano strenuamente i famigliari e  spesso anche i medici, che assumono nei riguardi della persona malata un atteggiamento paternalistico o iperprotettivo.   Ci si dimentica  che ognuno ha diritto di informazione e di libera scelta e dovrebbe decidere in prima persona  di ciò che lo riguarda direttamente: se fare o non fare la chemioterapia, se e quanto tollerare il dolore, se e quanto essere lucido in presenza di disturbi critici… Ho visto in hospice molti malati liberarsi con sollievo dalla congiura del silenzio attuata nei confronti della loro cattiva prognosi. Spesso il primo a rendersi conto della morte imminente è il malato stesso, e il teatro di bugie con famigliari e vicini diventa una fatica insostenibile che si aggiunge agli altri fardelli del fine vita. “ So che devo morire, ma non lo dica a mia moglie…” “Cercano a tutti i costi di tenermi allegro, ma io ho bisogno di piangere…”

 “Dottore, non gli dia la morfina. Non voglio che diventi un drogato!”

Ricordo la supplica di una madre che soffriva indicibilmente per il figlio morente di cancro. Fra le sue mille angosce c’era anche questa, la dipendenza farmacologica dagli stupefacenti. E’ stata dura spiegarle che per suo figlio non avremmo mai potuto scalare e sospendere la morfina, e che non si sarebbe trattato di un problema d’ astinenza…

“Perché devo dargli la pillola analgesica quando non ha dolore? Prende già tante medicine! Quella per il dolore io gliela do solo se si lamenta…”

Una delle mie “fatiche” di medico prescrittore è convincere chi sta male ad assumere i farmaci per il dolore  ad orari fissi, prima che il dolore “salga” e diventi insopportabile (in quel caso anche analgesici molto potenti diventano quasi inefficaci). E’ ancora dominante, nella nostra cultura, l’idea che il dolore vada un po’ sopportato, perché “purifica”. Io credo che il dolore fisico ( il solo dolore  sicuramente evitabile o riducibile) non debba essere sopportato, ma eliminato (se si può, e si può quasi sempre). 

 

Nascita di una competizione

•dicembre 10, 2011 • 4 commenti

L’ingresso di Sandra nella mia vita fu piuttosto rumoroso. Piangeva con un’energia spropositata per le sue dimensioni di neonata, e non c’era un bottone per spegnerla (l’avevo inutilmente cercato nelle pieghe della sua tutina, senza trovarlo).
“ Perché piange, mamma?”
“Ha fame”.
Con stretta logica infantile, mi aspettai allora che la poppata la placasse.
Quando ciò, naturalmente, non avvenne, lo presi come un tradimento personale. L’intrusa non mostrava alcuna intenzione di passare inosservata (e inascoltata).
In realtà non si trattava del primo tradimento messo in atto nei miei confronti.
Mi avevano annunciato un fratellino, e questa bambola urlante era – pare- di sesso femminile.
L’altra fregatura era un’evidente indisponibilità allo scopo per cui l’avevo richiesta. Io volevo una compagna di giochi, già cresciuta e abile agli svaghi, ma la creaturina sembrava incapace di giocare a nascondino, moscacieca e alle costruzioni coi Lego, mentre sfoggiava un indiscutibile talento nel monopolizzare l’attenzione e le manifestazioni d’affetto dei miei genitori. Osservavo torva le smancerie di cui la facevano oggetto, mentre li sentivo sussurrare, al mio indirizzo: “E’ gelosa.” Quell’epiteto, “gelosa”, mi parve subito come un ingiusto marchio d’infamia di cui doversi liberare, al punto che, anche in età adulta, la disdicevolezza della gelosia- così precocemente appresa-  mi costrinse sempre a celarne accuratamente le esternazioni.
Imparai presto a sbaciucchiare platealmente mia sorella per ottenere a mia volta baci e abbracci ormai contesi in odiosa comproprietà, spingendomi in simulazioni sempre più convinte di gioiosi afflati fraterni. Ma ero incazzata nera e ancora incredula per l’ingiustizia che si stava consumando sotto i miei occhi: io crescevo e diminuivano i benefit, mentre quella creatura inetta e microscopica veniva gratificata grandemente proprio in virtù della sua piccolezza e incapacità.  Prima dell’avvento di Sandra, credevo che la vita fosse regolata da un sistema rigidamente proporzionale, che strutturasse coccole grandi per i grandi, e attenzioni piccole per i piccoli. Mia sorella sovvertiva platealmente e inaspettatamente quell’ assiomatica certezza rinforzata in quattro anni di beata singletudine filiale.