ROSSO SCARLATTO

ImmagineLuisa era impegnata in un’operazione per lei inusuale. Si stava laccando le unghie delle mani con estrema attenzione, usando una concentrazione apparentemente sproporzionata allo scopo. Aveva scelto uno smalto scarlatto, aggressivo. Contemplò con soddisfazione le proprie unghie affilate, il segno riconoscibile della sua voglia di graffiare il futuro. Aveva passato un mese di vacanza da sola, al mare, a riflettere sulla sua vita, ed aveva trovato la tranquillità e la determinazione per darle la svolta necessaria. Si era fatta cullare dal rumore ipnotico delle onde e aveva asciugato il pianto al calore del sole. Aveva ripulito la mente dai pensieri negativi, allontanando da sé ogni motivo di ansia. E ci era riuscita perfettamente: la prova erano le sue unghie, incredibilmente lunghe. Era riuscita, senza alcuno sforzo, a non mangiarsele per un mese intero. In quei trenta giorni lontano da suo marito era riuscita finalmente a riconoscere quale fosse la principale origine della sua triste passività. Quell’uomo che le stava accanto come un’ombra sinistra ed opprimente non l’amava, e la rendeva profondamente infelice. L’aveva sposata per i soldi, anche se lei era bella e splendente, quando l’aveva conosciuto. Poi l’aveva uccisa lentamente con la sua indifferenza, negandole prima l’amore, infine anche un sesso palliativo e rassicurante. Oh, ma l’avrebbe fatta finita con quella mortale apatia. Si meritava passione, rossa passione. Decise che l’avrebbe lasciato e dipinse un’ombra scarlatta, perfetta, sulle sue unghie e sulla sua vita nuova.

 

Il Commissario Perfetti osservò con dissimulata indiscrezione il suo principale sospetto. Recitava la tranquilla fermezza dell’innocente, ma rapide occhiate oblique tradivano la sua ansia. Portava, in pieno agosto, una camicia a maniche lunghe abbottonata fino al collo, stretto da una cravatta Regimental. A stento aveva acconsentito a togliersi la giacca e ad appoggiarla sulla spalliera della poltroncina. “Fa caldo, qui. Il Ministero non vi concede ancora uffici con l’aria condizionata, a quanto vedo” sorrise compiacente, mentre il sudore gli disegnava aloni scuri sotto le ascelle. Il Commissario squadrò il suo inquisito senza alcuna condiscendenza. Non lo ingannava quella forbita formalità. Avrebbe giurato che quelle maniche lunghe e quella cravatta non erano segni di un’eleganza ad oltranza, ma i paludamenti di un uomo colpevole. Abbassò lo sguardo sulle mani dell’indagato: erano coperte da graffi lunghi e recenti. L’uomo parve leggergli nel pensiero. “La mia gatta mi ha conciato così. E’ capricciosa come un bambino. Se non le do il suo cibo preferito, tira fuori gli artigli. “ Perfetti pensò ad altri artigli, e alla belva che si nascondeva probabilmente sotto l’aspetto perbene e tranquillo di un “innocuo” essere umano. Congedò frettolosamente il suo indagato. Voleva interrogarlo più a lungo e più a fondo, ma con maggiore cognizione di causa, per fargli male. Voleva mettere quella belva in gabbia, dove non avrebbe più potuto nuocere ad altri se non a se stesso. Il Commissario ripensò ai risultati preliminari del rapporto della Scientifica e dell’autopsia compiuta sulla vittima, Luisa Solari. La donna era morta per shock emorragico conseguente a numerose ferite da taglio, inferte al torace e all’addome. La posizione del cadavere e la mancanza di segni d’effrazione in casa sua, dove era stato ritrovato il corpo, lasciavano presumere che la vittima conoscesse benissimo il suo carnefice, ma che non fosse stata colta completamente di sorpresa dalle sue intenzioni aggressive. La Solari doveva aver lottato a lungo col suo assassino, prima di soccombere alla sua furia. Improvvisamente Perfetti fu colto da un pensiero di revisione retrospettiva, un tipico pensiero da poliziotto. Nella mente gli si sovrapposero due immagini , con due particolari dissonanti come note di un pezzo di Schönberg. Rivide se stesso nell’atto di sollevare le mani della vittima, mentre si rivolgeva al collega della Scientifica: “Mi raccomando i prelievi sotto le unghie Abbiamo un bisogno disperato di una traccia organica che ci porti a inchiodare quello stronzo che l’ha ridotta così ”. Mise a fuoco l’immagine nella memoria, zumando sulle unghie, e ricordò di aver notato che erano insolitamente corte, per essere di una donna, e senza smalto. Ma erano curate, e tagliate con margini arrotondati e regolari. Perfetti afferrò le fotografie della Solari che teneva nel fascicolo. Si era fatto dare dai famigliari, come sua consuetudine, svariate istantanee recenti della defunta. Era una bella donna, quella che sorrideva fiduciosa all’obiettivo, con solo un’ombra di malinconica rassegnazione nello sguardo. Le foto la ritraevano sempre in compagnia di qualcuno, come se la Solari, in vita, avesse schivato quella solitaria posa in primo piano che la morte violenta le aveva regalato. Perfetti passò in rassegna le istantanee, cercando di inquadrare il particolare da riesaminare. Le mani non erano mai in primo piano, ma ben visibili su ciascuna delle foto, ora appoggiate alla spalla di un’amica, ora a reggere la testa in atteggiamento pensoso. E su tutte le foto Perfetti riconobbe un dettaglio di stentorea importanza: la vittima si mangiava le unghie. Si notava facilmente, perché la Solari appariva come una donna indubbiamente elegante e quelle unghie adolescenziali, rosicchiate all’osso, erano un particolare davvero stonato in quelle immagini.

 

“Gliel’hai detto, amore?” “Non ancora, Franci, non ancora.” “Quando lo dirai a tua moglie?” “Presto, tesoro. Prestissimo. Devi avere solo un po’ di pazienza. Domani tornerà dalle vacanze e glielo dirò, te lo prometto. Sarà rilassata da un mese di mare: è il momento migliore. Fra l’altro, sono convinto che anche lei non aspetti altro. Negli ultimi tempi siamo stati due separati in casa, due perfetti estranei che si salutavano a stento, incrociandosi casualmente sotto lo stesso tetto.” Cazzo, che donna stupida . Stupida e ignorante. Ma non li leggeva i giornali? Non li guardava i tg? Da due giorni non parlavano d’altro. Era il delitto dell’estate, il giallo al quale i turisti si appassionavano sotto l’ombrellone, alternando le discussioni sui sudoku alle ipotesi sull’assassino dell’unica figlia del magnate dei mobilifici brianzoli. E lui era il sospettato numero uno! Ma Francesca era così: incosciente e svagata, fuori dal mondo e fuori dal tempo. Fino ad ora non gli era importato nulla della sua pochezza intellettuale, perché era un’ottima amante, appassionata e fantasiosa. Ora, poi, quel suo qualunquistico disinteresse per gli eventi nel mondo, tornava insperatamente a suo vantaggio. Francesca era forse l’unica donna in Italia che non conosceva il suo vero nome, nonostante conoscesse perfettamente colore e dimensioni del suo uccello… In Tv continuavano a mandare foto di sua moglie accostate alle sue. Se solo Francesca fosse stata più curiosa, meno preoccupata del loro microcosmo fatto di serate passate in due -fra il letto e il tavolo da pranzo- avrebbe avuto una sconvolgente risposta alle sue ossessioni. Era gelosa. Mortalmente gelosa. Di ogni donna, compresa quella moglie negletta che credeva un ostacolo alla loro convivenza. Si era messa in testa di fargliela mollare, di farsi sposare. Era proprio stupida, stupida! Oh, ma l’avrebbe piantata, appena possibile, altro che convivenza! Solo che adesso non era proprio il momento. Aveva un piccolo problemino da risolvere, una quisquilia. Chissà perché si era fatto prendere dalla rabbia, lui che era sempre stato un campione di freddezza , di calcolo. Doveva essere stata la visione di tutto quel rosso, a farlo infiammare come un toro inferocito. Lei si stava dipingendo le unghie con uno smalto acceso. L’aveva guardata incredulo, per una volta stupito da quell’acqua cheta di sua moglie. La visione di Luisa, la tranquilla e dimessa Luisa, che si accendeva artigli rosso fuoco, l’aveva davvero spiazzato. Che cazzo le era successo? Doveva aver conosciuto qualche ometto in vacanza, qualcuno che l’aveva ringalluzzita. Non c’era altra spiegazione. Il sospetto divenne una certezza quando la sentì parlare, con voce insolitamente ferma e decisa. “In vacanza ho avuto modo di pensare molto, Fabio. Ho intenzione di lasciarti. Preparati in fretta a far fagotto. Desidero che tu sparisca al più presto dalla mia vista e dalla mia vita.” Le rise in faccia. “Hai trovato un altro con abbastanza pelo sullo stomaco per scoparti? Congratulazioni! Hai già avvisato il tuo avvocato? Non ho problemi a lasciare il campo, ma non dubitare che il divorzio ti costerà caro, molto caro. Sono il tuo povero maritino abbandonato e inconsolabile, e ho diritto a mantenere il mio attuale tenore di vita, mia cara. E tu sai che è altino, il mio tenore di vita. Non te la caverai con quattro soldi.” “Mi hai rubato dieci anni di vita e vuoi ancora rubarmi dei soldi? Sei proprio senza vergogna! Ma sappi che non ho alcuna intenzione di chiedere il divorzio. Chiederò- semplicemente- l’annullamento di matrimonio alla Sacra Rota. Non avrò alcun problema a farmelo concedere, e tu lo sai. Ho mille motivi. Dalla mancata consumazione al fatto che mi hai nascosto che eri sterile, per esempio. E poi piuttosto che darti ancora dei soldi preferisco darli tutti alla Chiesa perché cancellino il tuo merdoso nome dai miei documenti. Sei inadempiente su tutta la linea, Fabio, e io ti licenzio”. Non ci aveva davvero visto più. Gli era montata una rabbia insormontabile, cieca, rossa. Quella puttana lo voleva ricacciare senza tanti complimenti nei bassifondi da cui era venuto. Senza nemmeno un regalo d’addio, l’ingrata. Con la tipica arroganza dei ricchi. Aveva infierito su di lei col coltellaccio che usava per fare a pezzi la carne da mettere nel congelatore, e ricordava di averlo fatto senza nessuna remora, con un certo piacere, anzi. Lei si era difesa con inaspettata energia, l’aveva graffiato con quelle stupide unghie adunche che le guarnivano insolitamente i polpastrelli, lasciandogli i segni della lotta sulle mani, sulle braccia, sul collo. Poi si era accasciata in una pozza scarlatta, dove il rosso della boccetta di smalto si era mischiato al rosso del suo sangue. Solo dopo- quanto tempo dopo? non avrebbe saputo dirlo- Fabio aveva ritrovato la sua solita razionalità, la freddezza che l’aveva sempre fatto galleggiare sopra la mediocrità cui il destino sembrava averlo condannato. “Stai calmo- si era detto- stai calmo. Si può ancora aggiustare tutto. Basta che tu non sia tornato a casa, basta che tu non l’abbia ancora trovata. Non sapevi che lei dovesse tornare oggi ed eri ancora in viaggio, per lavoro. Ti imboschi un po’ da Francesca, finché non trovano il corpo. Tanto Francesca è tutta contenta di averti per casa, non aspetta altro quella fessacchiotta. E tu ripulisci tutto per bene, a cominciare da quelle cazzo di unghiacce, e gliele tagli corte corte, che alla polizia non gli venga in mente di cercare lì sotto le tracce della tua pelle e della tua colpevolezza. Sì, Fabio con un po’ di freddezza ce la puoi ancora fare…”

 

“Amore?” “Che c’è Franci?” “Non ti senti bene? Non vuoi più fare l’amore con me? Tu hai un’altra, lo so.” “Smettila, Franci. Tu e la tua stupida gelosia.” “Tu hai un’altra” era ostinata, quando ci si metteva. “E da cosa lo deduci, ch’io abbia un’altra? Se anche volessi- e non è il mio caso- non ne avrei il tempo. Sono sempre qui con te.” “Sempre un cavolo. Sei andato a lavorare, oggi.” “Eh già, scusa se devo lavorare. E ho avuto pure una giornata molto difficile, oggi. Sono esausto.” La seconda parte dell’affermazione era vera, verissima. Era stata una giornata difficile, con quell’interminabile interrogatorio in commissariato. Era stato lì lì per crollare. Era davvero stanco. Ed ora quella scema lo tormentava perché voleva scopare. Era una gatta in calore. Già, era per quello che l’aveva scelta, perché voleva sempre far sesso. Ma oggi no, cazzo, oggi no. “Se non mi vuoi scopare è perché ti sei scopato qualcuno in ufficio. Ecco perché sei stanco.” Francesca non poteva essere più lontana dalla verità, ma la sua insistenza poteva essere pericolosa. Non voleva che lo vedesse nudo, non ancora. Aveva le braccia e il collo pieni delle unghiate di Luisa. Non era proprio il caso che Francesca vedesse quei segni. Doveva almeno portarla in penombra. Al buio, magari, non se ne sarebbe accorta. Ma quanto a farselo rizzare, pareva proprio un’impresa disperata…. “Francesca, ti prego. Amore mio, mi fai fare un sonnellino, che poi magari mi riprendo? “fece leva sul suo scarso spirito di crocerossina e sulla sua più cospicua speranza di riprovarci più tardi. Francesca non era una cui piaceva la parola “poi”. Francesca era una che voleva tutto e subito, sfortunatamente. “Tesoro, non ti preoccupare, faccio tutto io. Ti rianimo, io, amore. Ti spoglio io…” “ No, no!” il rifiuto gli scappò così di slancio, che Francesca si insospettì ancora di più. Con decisione, gli sbottonò la camicia e gliela sfilò, in preda ad un presentimento ansioso. Ciò che vide la fece davvero inorridire. Un’altra donna gli aveva tatuato sul collo e sulle braccia delle piccole semilune rosse d’amore. “ Lo vedi? Tu hai un’altra, bastardo!” lo colpì con piccoli pugni rabbiosi. “Ora basta. Telefono a tua moglie e glielo dico, che hai un’altra, brutto stronzo traditore!”

 

Il Commissario Perfetti alzò il ricevitore svogliatamente e rispose ancor più svogliatamente, quando sentì la voce dell’ Ispettor Veronesi all’altro capo del filo. Sperava in una comunicazione della Scientifica, ed era deluso. Che novità poteva aver scoperto Veronesi sul caso Solari? Avevano torchiato parenti, amici e testimoni per ore ed ore, controllato e ricontrollato alibi e luogo del delitto. Il marito della Solari si stava rivelando un osso più duro del previsto, benché rimanesse l’indiziato numero uno. Solo la Scientifica poteva aiutarli, ormai, mica Veronesi. Ci voleva un cazzo di DNA, per venirne a capo. “Commissario? Sono Veronesi, ho grandi novità” “Mi dica Veronesi” Perfetti cercò di essere gentile. “Abbiamo trovato la testimone che ci mancava per la risoluzione del caso, Commissario. La testimone perfetta. Abbiamo trovato l’amante del marito della Solari, e ci ha raccontato delle cose molto interessanti…”

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~ di aliceoltrelospecchio su aprile 3, 2013.

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