L’ultima valigia

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Una settimana fa si è ammalata. Forse è meglio precisare: si è beccata una polmonite. Malata lo era già, e gravemente. Nessuno di quelli che sono qui è sano, naturalmente. Anche se molti non credono di avere problemi gravi: vengono ingannati dai parenti o dai medici vili. A volte me li immagino, i dialoghi che precedono una decisione importante e inconsapevole. Battute rapide e brucianti, presupposti truccati. “Voglio andare a casa.” “Non puoi, il dottore dice che devi continuare a curarti” “Sono stufo marcio, fatemi andare a casa” “Come facciamo? Ci vuole l’ossigeno, il letto da ospedale, la badante. Io devo tornare al lavoro, o mi licenzieranno.” “E allora?” “ E allora potresti andare in un posto.” “Quale posto?” “Qua vicino all’ospedale. Fai un po’ di riabilitazione, ti tirano un po’ su…” “Sono stanco. Ci vuole una gru, per tirarmi su. Quanto si paga per ‘sto posto?” “Nulla. E’ gratis. Dell’ASL. Così abbiamo il tempo di organizzarci…” “Ok.”. Il malato, gentilmente ingannato su diagnosi, prognosi e cura dà il suo consenso disinformato, e poi arriva da noi. A volte, quando non è troppo male in arnese, ha il tempo di incazzarsi e rivendicare le terapie promesse. “Dove sono i fisioterapisti?” E io mi guardo intorno, come se fossero nella stanza accanto, troppo occupati per rispondere a quella richiesta. Anche Elsa, quando venne da noi, aveva una valigia piena delle solite bugie, ma non s’arrabbiò. Chiese di accendere la TV, si fece spiegare subito dov’erano campanelli e telecomandi, fece riempire a casa un’altra valigia con le cose davvero necessarie: foto, cuscini, occhiali e coperte colorate. Il primo giorno lo passò a dormire, stremata dalla fatica del trasloco e delle finzioni. Quando si svegliò le chiesi solo come si sentiva, se le faceva male da qualche parte, se desiderasse qualcosa. Mi guardò come un marziano vestito di bianco, e sorrise. Fuori dalla porta il marito di Elsa mi aspettava. “Allora, come sta?” porgeva con ansia una richiesta esplicita per avere una risposta ad una domanda inespressa e assai più angosciosa: “ Quanto tempo le resta?” E, ogni volta, questa è la domanda a cui non so mai rispondere. Nulla è più indeterminato della prognosi di un malato terminale. Io qua ho visto fenomeni inspiegabili dalla biologia: una settimana senza far pipì e senza fare dialisi, un mese di occlusione intestinale… “Il tempo…” sospendo la risposta e loro, i parenti dalle braccia allargate a una rassegnazione difficile, finiscono la frase: “…il tempo lo sa solo Dio”. Invece quel tempo lo sa e lo sceglie anche chi sta morendo : “Mi basta il tempo di morire, fra le tue braccia così” ognuno rivisita Battisti, accordando il suo tempo alle sue braccia: il ritmo dell’addio e dell’amore è diverso per ciascuno. Comunque nessuno vuole morire solo. Elsa, invece, voleva abbandonarsi al lusso della solitudine. In quel letto cui la costringevano le ossa sbriciolate dal cancro, le toccava continuare la direzione dei lavori affibbiatale sine die dalla sua famiglia disorganizzata e dipendente. Tre figli maschi, più uno, il marito, il più figlio di tutti. Un gran peso sul petto, più opprimente della tosse stizzosa; per quella, almeno, c’era la codeina. Invece a Marco, Fabrizio, Luca e Mario non c’era rimedio: erano in balia del loro spaesamento e della loro mancanza di autonomia, ed Elsa lo sapeva. A volte, entrando nella sua stanza, mi accorgevo che fingeva di dormire, solo per inalberare una difesa egoista fra le ciglia. I suoi uomini erano ai piedi del letto, a reclamare attenzioni spicciole e definitive: chiedevano aiuto e la sfinivano con richieste di manifesta inopportunità, che lei si ostinava a cercare di assecondare, spiegando con equanimità dov’erano bollette in scadenza e camicie stirate. Quando entravo per la visita quotidiana, lei mi guardava, coi suoi occhi chiari e intelligenti, cui non si poteva mentire, e scuoteva la testa in direzione dei suoi, sussurrando: “Li faccia uscire, dottoressa”. Una settimana fa, dicevo, ha preso una polmonite. Gliel’ha regalata sicuramente Mario: nel suo andirivieni senza precauzioni, le ha tossito addosso i germi innocui della vita quotidiana. Ha iniziato a tossire di nuovo anche Elsa, penosamente. Ogni colpo le squassava le costole e le percuoteva la schiena, dipingendole sul viso una smorfia di dolore. I figli erano preoccupati. “Fra una settimana è il compleanno della mamma, volevamo fare una festa. La rimetta in sesto, dottoressa. Il diciassette febbraio dev’essere in forma.” Certo, in forma. Elsa che pesa trentotto chili compreso il pigiama felpato. Elsa che da mesi si nutre con una pappa bianca che le scivola nelle vene. Elsa che non si alza più dal letto, neppure per andare in bagno. Dopo due giorni di antibiotico, però, la febbre non c’era più, ed era cessato il tormento della tosse. Non diminuiva il battage sulla festa di compleanno. “Che c’è da festeggiare? Avrò cinquant’ anni, venerdì. Mezza età, una vita intera. Ho fatto tante cose, ne ho fatte abbastanza.” Mentre stilava bilanci in attivo, Elsa scrutava il panorama dalla finestra con uno sguardo ladro che ormai ho imparato a riconoscere. Oggi, venerdì diciassette, era il giorno. Elsa si è pettinata, si è truccata con cura. Ha baciato tutti. “Auguri, auguri”. L’abbiamo coccolata, per quanto è possibile coccolare una persona ruvida come Elsa. Alle nove e zerouno Mario ha suonato il campanello. “Venite, Elsa è pallida e non mi risponde”: aveva il solito sguardo ansioso di tutti i giorni, Mario. Siamo tornati da Elsa senza fretta, ed era già un fantoccio floscio e bianco, confuso con le lenzuola appena cambiate. Buon compleanno, Elsa, e buon viaggio.

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~ di aliceoltrelospecchio su marzo 3, 2013.

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