Il silenzio del tempo

“E’ rotto. Mi spiace, deve andar su a piedi”. La portinaia mi riservò un’occhiata fintamente compassionevole, indicando il solito cartello “GUASTO”, sulla porta dell’ascensore.

Imprecai. Otto piani a piedi.

Al terzo piano già si sentivano. La voce maschile – profonda e possente- era accompagnata da rumori sordi: tonfi di sedie cadute e pugni sul tavolo le facevano un contrappunto ritmato, come percussioni suonate da un batterista ubriaco.

La voce femminile andava sollevandosi in un crescendo così stridulo e petulante che veniva voglia di spegnerla, le mani serrate su una gola che sapeva gridare solo verità sgradevoli e aspre.

Salivo le scale e sentivo montarmi vergogna e dolore infantili, per quel disaccordo così urlato ed indecentemente esibito.

“Signore e signori, vi presento i miei genitori nel loro concerto preferito: litigio in sol maggiore.”

Tutto il palazzo sapeva di noi, della nostra fragorosa disarmonia.

I litigi di mio padre e mia madre erano temporali che scoppiavano in ogni stagione, trasformandosi spesso in uragani inarrestabili e devastanti.

Una volta, all’uscita da una pizzeria, un passante aveva cercato vanamente di opporsi  a quella cieca furia di coppia, che era esplosa invereconda e impaziente  in mezzo alla strada ( io e mia sorella ci eravamo acquattate dietro ad un albero, aspettando atterrite la fine delle intemperie).

“Fermatevi! Fatelo almeno per le vostre bambine. Non vedete che hanno paura?” Il malcapitato aveva rischiato l’incolumità personale, perché i due avevano improvvisamente ritrovato una solidarietà aggressiva . “Lei non s’impicci, non sono affari suoi” avevano urlato all’unisono all’ occasionale spettatore innocente del loro tumultuoso menage.

Quella colonna sonora era diventata una musica così  abituale nella mia vita, che ogni alternativa di pace suonava alle mie orecchie come un silenzio mortale. “A volte sembra che cerchi il conflitto a qualsiasi costo” diceva mio marito. Ma io ormai sento litigare quei due sempre, anche dentro di me. Il loro disaccordo non ha più bisogno neppure di un teatro di rappresentazione, o di un tempo meno irragionevole dell’età dell’irruenza. Sono vecchi e bisticciano ancora, perché è così che sono abituati.

Arrivai davanti all’uscio  di casa senza fiato: colpa dei gradini, ma anche del dolore che si rinnovava, rumoroso.

Mia madre mi aprì la porta in silenzio. Aveva occhiaie bluastre e capelli in disordine, ed era pallidissima.

“E’ ancora vivo” disse.

Mio padre era disteso sul letto matrimoniale (lei non aveva voluto per lui il lettino articolato da ospedale). Fra testa e piedi una rete di tubi lo imprigionava nelle maglie di una vita innaturale: la flebo, il respiratore, il sondino per l’alimentazione, il catetere. Lei aveva voluto così. “Me lo porto a casa e lo assisto io”  aveva detto ai camici bianchi dalle  braccia allargate e impotenti. “Non mi importa quanto potrà vivere. Lo voglio con me.” Ed ora, muto, era solo suo.

La osservai stranita, mentre lo accarezzava, lo baciava, gli teneva la mano. Ero stupefatta da quella scoperta tardiva: lei gli voleva bene. Chissà se lui l’aveva mai saputo. Come se mi leggesse nel pensiero, le sentii mormorare una litania sommessa. “Non morire. Non morire. Non morire. Ti voglio bene, fammi capire che mi hai sentito.”

Lui si sollevò improvvisamente in un sussulto di animale ferito. Uno spasmo terribile gli inarcò il corpo e gli mosse braccia e gambe. “Come un gatto decerebrato”, pensai, con un automatismo difensivo. Ma era mio padre, quel burattino dai fili sganciati da un marionettista distratto.

“Hai visto? Si è mosso. Mi ha risposto. Mi ha sentito” disse mia madre, e pianse.

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~ di aliceoltrelospecchio su novembre 18, 2012.

3 Risposte to “Il silenzio del tempo”

  1. la prima parte la ricordavo, la seconda mi ha sorpreso. aggiuntatua o smemoratezza mia? ml

  2. Ciao ml. È un vecchio racconto, solo lievemente rimaneggiato. Il finale era già così nella prima versione.: )

  3. ammazza del bene, troppo troppo bene ammazza!

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