La Paura

In terza  elementare sperimentai per la prima volta una nuova paura, sconosciuta e indicibile. I miei genitori, nel corso di un viaggio in Africa, avevano contratto una misteriosa malattia tropicale che rimase a lungo non diagnosticata e perciò minacciosissima. Finirono nel reparto di Malattie Infettive del Policlinico di Pavia, insieme al medesimo gruppo di incauti viaggiatori col quale avevano condiviso il bagno in un’ oasi sahariana, dalle acque stagnanti infestate da parassiti. Mi accompagnarono a far visita in ospedale ai due ricoverati, degenti in due diverse camerate, separati dalla differenza di genere che era il presupposto della loro ordinaria vita coniugale. Era la prima volta che annusavo l’ odore della malattia. Vedere mio padre, l’ emblema della forza e della protezione, ridotto al pigiama e al giaciglio nosocomiale, mi sconvolse profondamente. Mia madre scarmigliata e in camicia da notte era meno straordinaria, ma  le scoprii una lacrima all’ angolo dell’ occhio, e questo minò ulteriormente il dogma dell’ invulnerabilità genitoriale che era stato fin lì il caposaldo della mia infanzia.

Scaraventata bruscamente nel  biancore raggelante dell’ ospedale, venni  a contatto con i miei timori più grandi. Sarei diventata un’ Orfana. Mi avrebbero mandato in Collegio. David Copperfield, Jane Eyre e  decine di vittime letterarie illustri mi cullarono in incubi a fosche tinte ottocentesche, dove le mie zie  di Savona, che erano state precettate per occuparsi di me e mia sorella, assumevano fattezze  di streghe arcigne ed impietose. Tutta la nostra rassicurante routine famigliare  era stravolta dalla presenza delle due Intruse. Dormivano nel lettone matrimoniale dei miei. Zia Marò -obesa, asmatica e con un gran seno ansimante- russava fragorosamente, rinforzando la naturale insonnia già propiziata dall’ infelice contingenza. Zia Cristina, più giovane di dieci anni, esercitava tutta la pedanteria connessa all’estemporanea patria potestà e alla consuetudine didattica conferita da anni di insegnamento della matematica e di onorato zitellaggio.

Il mio mondo, improvvisamente, si popolò di prescrizioni e divieti sconosciuti: indossare la sottoveste (sentii zia Marò biasimare apertamente la Mamma per l’ assenza di questo insolito capo d’abbigliamento nel nostro guardaroba, costituito da pratici indumenti da monelli), non parlare durante il pranzo, non uscire dalla cameretta…

 Il menu casalingo era costellato dalla presenza di pietanze inconsuete e disgustose, allestite dalle incolpevoli supplenti: riso e latte, merluzzo e patate, cavolfiori con la besciamella.

 Io e mia sorella Sandra reagivamo a quella Controriforma famigliare con una vivacità insolita e difensiva, che esplodeva in giochi sfrenati e rumorosi, che le due zie  stentavano ad imbrigliare con le loro tristi proibizioni.

Il Catechismo, che frequentavo quell’ anno in vista della Prima Comunione, non era d’ aiuto. Era evidente che la morte imminente dei miei genitori rappresentava una punizione divina per i miei peccati. Mi confessavo tre volte alla settimana e recitavo decine di preghiere  disperate, cui aggiungevo tutti i riti magici disponibili ad una fervida fantasia infantile. “Se prendo otto in italiano, la mamma viene a casa martedì. Se salto tre piastrelle, a papà passa la febbre.” Le mie  litanie superstiziose erano vanificate dalla storica miscredenza di mia madre. Tormentata dalla propria inquietudine, resa parossistica dalla febbre tropicale, cercava rassicurazioni per me e per se stessa. Mi convocò al suo capezzale per annunciarmi che anche se non andava in Chiesa non sarebbe andata all’Inferno. Io ebbi allora la certezza che ci sarebbe andata, ed io dopo di lei, perché non credevo alla sua salvezza.

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~ di aliceoltrelospecchio su ottobre 29, 2012.

3 Risposte to “La Paura”

  1. lettura gradevole di un brano sul filo della memoria condotto con brio.
    peccato la fine tronca, ma considero una simpatica perfidia infantile quella di non dire che sì, alla fine, i (tuoi) genitori guarirono. ml
    PS se è una “nuova” paura, è evidente che ti capita “per la prima volta”

  2. Grazie della visita, ml. Posso offrirti un tè? O forse gradisci un bicchierino di grappa? 🙂 Quello che hai letto sopra è un piccolo esercizio di autobiografia, “commissionato” dal corso di scrittura cui mi sono appena iscritta, orfana della Pe e di voi tutti lettori attenti. Sospetto che i tuoi appunti saranno più preziosi dei consigli degli editor professionisti… Ti saprò dire.

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