Storia d’amore e di dolore

Gli amanti azzurriNon si erano salutati: questo era il suo rammarico più grande. Come ogni mattina, aveva sentito sbattere il cancello, e il rombo dell’auto che si allontanava. Se avesse saputo che era l’ultima volta, gli avrebbe dato un bacio speciale, o un abbraccio più stretto. Invece sembrava una giornata come le altre, senza nessun segnale di dramma imminente.

Quando l’aveva chiamata la polizia stradale, Giulia non aveva capito nulla, lì per lì. La sua attenzione aveva già seppellito l’allarme per le cattive notizie, e si era ancorata come a un salvagente a due parole burocratiche: “targa”, “identificazione”.

“Vi passo mio figlio, che è più pratico”. Poi aveva chiamato Paolo, diciottenne appena patentato. “ Ci sono i vigili per qualcosa che non ho capito, forse una multa. Senti un po’ tu che vogliono.”

Paolo era stato bravo. Aveva annuito in silenzio. E aveva pensato a tutto lui: il riconoscimento all’obitorio, il funerale, le pratiche per l’assicurazione. L’incidente era stato colpa di un altro, naturalmente. Carlo non aveva mai fatto nulla di male nella vita, se non trovarsi sulla traiettoria sbagliata, quel giorno. Trovarono tutte le sue carte in ordine, come se sapesse che la morte avrebbe potuto coglierlo in qualsiasi momento, anche a quarantun anni, con la vita davanti, molte fatiche già alle spalle, un figlio da accompagnare alla maturità e una moglie ancora giovane.

Giulia era rimasta incredula a lungo. Lo aspettava tutte le sere, fiduciosa e irremovibile, al cancello. Non l’aveva visto chiuso nella bara. Le avevano voluto risparmiare il dolore del corpo di Carlo violato dalle ferite e dal sangue. Così lei lo aspettava, sempre. Non l’aveva visto morto, e non l’aveva salutato come si deve. Quindi doveva tornare a casa; era solo questione di tempo.

Non smise mai di parlargli. Mentre innaffiava le piante, in giardino, gli mostrava le albicocche mature sull’albero che lui era stato restio a risparmiare, perché i rami fronzuti minacciavano di sfondare il tetto della casa. “ Hai visto amore? Dà ombra e buoni frutti. Basta potarlo un po’, quando sarà il momento.”

Lui le sorrideva, presso il cancello. “Avevi ragione tu, come sempre.”

Giulia gli chiedeva spesso di Paolo. “ E’ inquieto. Gli manchi. Lo vedo senza direzione.”

Lui pareva rassicurarla sulle contromisure che lei prendeva, spaventata e forte, alla adolescenziale irrequietezza del figlio. Giulia invitava sempre gli amici di Paolo a cena, sopportava di buon grado le loro schitarrate in cantina. Diceva, rivolta al suo fantasma al cancello: “Ce l’ho sempre sott’occhio, amore. Non fa nulla di male, mi sembra.”.

Poi, piano piano, le era cresciuto un grumo di dolore sopra il cuore, duro come un sasso che non accennava a sciogliersi. Un giorno, facendo la doccia, lo aveva sentito, lì, sotto la pelle, dove Carlo più amava deporre i suoi baci . Giulia aveva dimenticato il suo corpo, da quando non c’era lui ad accarezzarlo, ma il suo corpo non aveva dimenticato : la mancanza era fiorita, maligna e divorante.

Il medico guardò la mammografia e poi guardò Giulia, con un sorriso impercettibile ma incoraggiante. “ Il suo nodulo è quella macchia bianca sulla lastra. E’ da togliere subito.”

Poi aggiunse, burbero, ai suoi occhi lucidi. “ Cosa sono quelle lacrime? Non si deve preoccupare.”

“Come si chiama? “ gli chiese lei, stupidamente.

 “ Non so ancora che nome abbia: è per questo che bisogna operarla, signora.”

 “Non intendevo il tumore, intendevo lei. Come si chiama?”

“ Carugati. Carlo Carugati. Lavoro al Policlinico.” Il medico sembrava in soggezione. Era un professionista esperto, un luminare, ed era convinto che la donna lo sapesse e lo avesse scelto per quello. Nessuna paziente gli aveva mai chiesto le sue credenziali così apertamente.

“ Carlo. Carlo, ok.” mormorò lei assorta, e gli strinse la mano.

“ Non mi devo preoccupare. Non mi devo preoccupare. Non mi devo preoccupare. “ Giulia continuò a ripeterselo, come una cantilena di preghiera.

 “Vengo con te. Sono così stanca.” disse rivolta al cancello. Ma lui non le rispose, quella sera. Non riusciva a vederlo, né a sentirlo. C’era solo Paolo, vivo, bisognoso e ancora indifeso. Doveva bastarle Paolo, e doveva bastarsi.

L’anestesista fu gentile con lei. “Si sentirà sprofondare nel sonno a poco a poco. Conti all’indietro, a partire da cento. Andrà tutto bene.” Fu allora che lei lo vide davvero. Le sorrideva. “ Sono venuto a salutarti, amore mio. Dammi un bacio.”

L’anestesista disse:“E’ andata. Possiamo cominciare.”

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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

2 Risposte to “Storia d’amore e di dolore”

  1. Non ho parole da donarti. Leggo l’asciutto ermetismo delle tue, il taglio chirurgico e spietato, la bellezza che riesci a conferire al terribile. Quando ti leggo non so mai se sia il caso di continuare, se dopo non starò peggio…imparo che esiste un modo diverso di scrivere e di sentire. Imparo l’umiltà della lettura.

  2. Hai comunicato un pathos notevole.
    Un racconto stringato eppure sfocia nella dolcezza di questa donna che non accetta la realtà.
    Bello, proprio bello!
    Ciao
    Gianlù

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