Setteequaranta

C’erano i soliti avvisi nella bacheca aziendale. Giulia e Carla stazionavano un po’ lì davanti, a naso in aria, prima di timbrare il cartellino. I viaggi  del CRAL, le assemblee per il rinnovo del contratto. Giulia sospirò, occhieggiando l’offerta di una favolosa settimana in Kenia, alla modica cifra di 1500 euro. Non erano tanti soldi,  per un viaggio in Africa. Ma era al verde, e il cartello sul modello 101 da ritirare non la metteva di buon umore.

“ E’ già tempo di  dichiarazione dei redditi. Che palle. Devo cambiare commercialista. Il mio è un ladro. Come tutti i commercialisti. Ma da sola faccio dei casini pazzeschi. Va a finire che quello che risparmio sulla parcella dello stronzo, poi lo devo sborsare in tasse …”

“ Perché non vai al CAF della CIGL? “ suggerì Carla, l’esperta. Carla sapeva sempre tutto. “Cosa c’entra la  terribile triade Craxi-Andreotti-Fanfani con la CGIL? “ Giulia, invece, non sapeva mai niente.

“ Lascia stare i dinosauri. Il CAF è il Centro di Assistenza Fiscale del sindacato. Per una cifra ridicola ti sistemano tutto. Telefoni, ti fai dare l’elenco dei documenti che servono e prendi appuntamento.” Carla, un mostro di pragmatismo e di milanese efficienza.

“Manco ho la tessera, del sindacato. Mai avuto tessere, io . Neppure quella del tram.” Giulia si divertiva a smontare  Carla “ sotuttoio”, ma la collega  in più occasioni le aveva  tolto le castagne dal fuoco.

“E tu falla, la tessera. E vai al CAF.  Chiedi di Sergio. Con me è stato gentilissimo ed efficientissimo. E’ pure un gran bel fiöeu. Da lustrarsi gli occhi. Così unisci l’utile al dilettevole. Ecco il telefono. Sergio, ricordati.”

 

Eccolo, Sergio. Carla, come al solito, aveva ragione. Un gran figaccione, senza ombra di dubbio. Biondo, carnagione chiara da crucco, occhi mare in tempesta. Il maglione a collo alto lasciava indovinare spalle larghe e pettorali in rilievo. Giulia si sporse in avanti, sbirciando al di là dello sportello, mentre l’adone  le offriva le terga per andare a rispondere al telefono. Aveva anche un bel culo.  “Un minuto e sono da lei” la abbagliò con un sorriso accattivante. Un sorriso così perfetto, indimenticabile. Sergio! Giulia, incredula, controllò il cartellino sullo sportello. “S. Gusmeroli”. Era proprio lui.

 

 

“Gusmeroli” gracchiò la Molteni. La Prof. era arcigna ed occhialuta, come ci si aspetta da una professoressa di anatomia. Era la nuora di Scotti, il barone. Franco Scotti, l’autore del “Trattato di Anatomia Umana” in sei volumi, aveva sistemato tutti i suoi parenti alla Facoltà di Medicina di Milano. C’era il figlio Angelo, smilzo e roseo come lui, e solo un po’ meno bastardo. C’era Mancini, il genero, cinquantenne azzimato e rampante. C’era Fabbri, il cognato che si diceva fosse pronto a fargli le scarpe, prima della pensione. E la Molteni, l’unica donna: la più stronza di tutti, l’incubo di centinaia di studenti di Medicina. Giulia era stata già trombata due volte, dalla Molteni. Era un anno e mezzo che sudava sui sei tomi di Scotti. Un anno e mezzo di vita rovinata per uno stronzo e la sua famiglia, a mandare l’elenco telefonico a memoria. E non c’era  verso di cambiare professore, di tentare la fortuna con qualcuno che non fosse un “parente”. Alla Molteni era assegnata la lettera G.  Giulia  Gandolfi doveva ritentare con la strega. Ma ora toccava a Gusmeroli.  Gusmeroli non sembrava per nulla turbato dal cipiglio della Molteni. Era un bel ragazzo biondo e tranquillo, dalla voce bassa e pacata. Ostentava una calma olimpica. “Speriamo che vada bene “ si disse Giulia” Speriamo che non la faccia incazzare.” Il vetrino l’aveva letto bene. La Molteni aveva tentato di incastrarlo nel tranello che aveva fatto fallire Giulia la prima volta. “E’ un organo capsulato, con tessuto linfatico…Un linfonodo” Non aveva visto l’epitelio, Giulia. Ma Gusmeroli se la stava cavando . “Capsula…tessuto linfatico…epitelio pavimentoso…E’ una tonsilla” “Dai biondo, che ce la fai!”Giulia tifava mentalmente per il suo predecessore. La Molteni aveva sempre un ghigno sadico, ma Gusmeroli pareva imperturbabile. Gli aveva chiesto i muscoli della loggia anteriore dell’avambraccio. Un’altra domanda bastarda. Centinaia di fibre intrecciate fra nervi e vasi sanguigni, per far muovere le mani. Gusmeroli li usava per disegnare con le dita nell’aria, i muscoli della loggia anteriore dell’avambraccio. Aveva delle belle mani. Stava andando alla grande. Giulia stava eseguendo, mentalmente, un balletto da ragazza pon pon. “Gusmeroli, oh, oh. Gusmeroli, oh, oh. “ Anche la strega pareva essersi ammorbidita. La domanda di neuro era facile. Gusmeroli terminò trionfalmente l’esame , parlando della formazione reticolare. Rimediò un miracoloso “23”. Spostò rumorosamente la sedia, sfogando in quel gesto la tensione accumulata nel corso dell’interrogazione. Nel passare davanti a Giulia, le elargì un “In bocca al lupo!”, accompagnato da un sorriso smagliante.

 

Giulia incrociò di nuovo  Sergio Gusmeroli all’esame di Fisiologia. Benedì il Fato che le aveva regalato un cognome che iniziava per “G”. Magari, se si fosse chiamata Zamboni, non l’avrebbe più rivisto. Erano tanti, gli studenti della classe 1960. Erano i figli del boom demografico. Benedetto boom demografico che aveva partorito dei fighi come Gusmeroli! Giulia si avvicinò al biondo, sfacciata. “Ti ricordi di me? Ci siamo visti all’esame di Anatomia. Tu mi hai augurato “In bocca al lupo” e mi hai portato fortuna. Ho passato l’esame, quando ormai meditavo di cambiare  facoltà. Era il terzo tentativo!”

“Anche per me è stato un miracolo passare quell’esame. Mi sa che anche tu mi porti fortuna! Piacere, Sergio. “ Aveva davvero un bel sorriso, Sergio. Giulia se lo mangiava con gli occhi. Aveva un alone di mistero. Non l’aveva mai visto in compagnia. Anche lì era venuto da solo, con la cartella degli appunti sotto braccio. Indossava la divisa del militante di sinistra:  un eschimo verde, jeans e una camicia di flanella a quadri. Aveva delle toppe di cuoio sui gomiti e sulle ginocchia. Il suo abbigliamento era ordinato e pulito, ma odorava di povertà. Giulia si pentì di quel pensiero snob. Eppure Sergio appariva diverso dalla massa dei suoi compagni,  ricchi e viziatelli figli di papà. La facoltà era lunga e impegnativa: difficile frequentarla da studenti lavoratori… Giulia era incuriosita da Sergio. Aveva dei modi amichevoli ma un po’ distanti. Giulia non capiva se fosse timidezza o riservatezza, o entrambe le cose. Sergio parlava con un accento  molto marcato, alla Messner. Sembrava un montanaro. Ruvido e spartano, e con i colori nordici.

Giulia gli chiese se abitava in Svizzera. Molti svizzeri venivano a Milano a studiare perché era più facile. Sergio rise. “Sono di Morbegno. Bassa Valtellina.”

Anche l’esame di Fisiologia andò bene ad entrambi. Si elessero reciprocamente a mascotte portafortuna. Giulia cercava in tutti i modi di agganciare Sergio a un rapporto meno occasionale, ma l’impresa non sembrava affatto facile. Non le aveva nemmeno chiesto il numero di telefono.

Giulia ne era stupita, più che contrariata. Era l’unico ragazzo al mondo a non averle chiesto il numero di telefono. Gli occhi scuri e vivaci e il brio di Giulia avevano mietuto decine di vittime. Giulia aveva intrecciato una fitta rete di relazioni, in facoltà. C’erano i compagni della biblioteca, con cui divideva le  pause caffè negli intervalli fra un tomo e l’altro. Si era inserita senza difficoltà in  un’allegra compagnia di ragazzi brianzoli, che prendevano il treno per Milano insieme, e avevano organizzato una rete di mutuo soccorso per gli appunti. C’era la sua amica Beatrice, con cui divideva i pomeriggi di ripasso intensivo pre-esame. Giulia e Bea avevano gli stessi ritmi di studio, e madri compiacenti che provvedevano, a turno,  a ricche merende di sostentamento. Anche la Bea aveva notato Gusmeroli, ma non era riuscita a vincere la sua ritrosia. “E’ un orso, Giulia. Un orso di montagna. Lascialo perdere. Magari è finocchio. Non  l’ho mai visto con una donna.” “Se è per quello non si è mai visto manco con un uomo. E poi, magari ha una fidanzata, in Valtellina. Una bella fidanzata orsa e schiva come lui.” Giulia continuò a osservare Gusmeroli, da lontano. Faceva in modo di uscire dal suo gruppo rumoroso e ridanciano, quando vedeva Sergio comparire all’orizzonte. Aveva l’impressione che fosse più facile avvicinarlo da sola, senza i rumori di fondo delle chiacchiere e dei lazzi degli amici.

Sergio era serio e puntuale. Arrivava in anticipo a lezione. Si sedeva invariabilmente nei posti centrali. Giulia lo vedeva prendere appunti con aria assorta. Dal lunedì al venerdì aveva la stessa camicia di flanella a quadri blu e verdi, la stessa dolcevita  blu. I polsini della camicia erano lisi. Giulia si chiese se la lavava il sabato, quando, presumibilmente, tornava a casa dai genitori. Durante la settimana doveva alloggiare in qualche pensionato o in qualche squallida camera ammobiliata a buon mercato. Le faceva una tenerezza infinita. Se solo avesse avuto modo di penetrare la sua corazza di riservatezza, si sarebbe offerta di lavargli e stirargli lei le camicie.

Per uno come Sergio avrebbe abbandonato volentieri qualunque rivendicazione femminista. Era un uomo d’altri tempi, Sergio. Faceva venir voglia di servirlo come una geisha. Giulia era certa che sotto la scorza dura covasse un’infinita dolcezza .

La lettera “G” le venne in soccorso un’altra volta, quando iniziò il tirocinio di Psichiatria. Gandolfi e Gusmeroli vennero assegnati allo stesso gruppo. Il tirocinio prevedeva , ogni mercoledì, la presentazione  e discussione di un caso clinico. In fase di discussione Gusmeroli interveniva attivamente. Non sembrava affatto timido. Esponeva senza alcun timore le sue osservazioni acute e pertinenti. Sembrava possedere un istinto diagnostico infallibile, quando si trattava di individuare le cause del disagio mentale. Giulia rimase allibita la prima volta, dalla sagacia di Sergio. Avevano ascoltato per un’ora una donna sulla quarantina, parlare di sé e della sua vita. La donna era abbigliata in modo inappuntabile, senza nessuna stravaganza da “matta”. Faceva ragionamenti estremamente lucidi e coerenti, senza salti apparenti di logica. Era stata solo un po’ sfortunata. Le avevano tagliato la luce anche se aveva pagato tutte le bollette, ci doveva esser stato un errore all’ENEL. E il vicino di casa le aveva investito il gatto con l’auto. Lei dubitava che l’avesse fatto apposta, perché aveva litigato  per una questione condominiale non risolta. E poi era separata dal marito. Del resto, aveva fatto bene, non aveva avuto scelta. Il marito gliene aveva combinato di tutti i colori: l’aveva picchiata, le aveva messo contro i figli. Come mai in Psichiatria ci era finita lei, e non il marito? Alla fine del monologo della “matta”, tutti i tirocinanti parteggiavano per lei. Solo Gusmeroli, implacabile, intervenì con competenza da psichiatra consumato. Era un evidente caso di psicosi paranoide. Gusmeroli individuò senza alcuna esitazione tutti gli elementi del delirio persecutorio, e la mancanza di senso di realtà, che faceva della signora una “matta”, invece che una semplice perseguitata dalla sfortuna. Gusmeroli arrivò a ipotizzare che la signora il gatto l’avesse fatto fuori lei. E lo psichiatra confermò l’audace ipotesi di Sergio: avevano trovato tracce di sangue e di pelo proprio sulle gomme dell’auto della paziente.

L’ammirazione di Giulia per Sergio cresceva di settimana in settimana. Attendeva con ansia il mercoledì, che le avrebbe regalato un paio d’ore in compagnia del suo idolo biondo.

Dopo la lezione, si fermavano a chiacchierare, loro due, sotto il portico del padiglione di Psichiatria. Facevano discussioni interminabili sulla normalità e la follia, sul disagio sociale, sulla liberalizzazione delle droghe. Sergio era impegnato politicamente a sinistra. A Morbegno era il leader della sezione locale di Democrazia Proletaria, e partecipava attivamente a varie attività di volontariato. Giulia si vergognava della sua tranquilla vita borghese, al cospetto di Sergio. Parlavano al freddo per ore, perché non osava invitarlo a prendere insieme un caffè. Una volta l’aveva fatto, ma Sergio si era ostinato a voler pagare lui. Lei non aveva più cercato di trascinarlo al  tepore di un bar, per paura di metterlo in imbarazzo. I polsini lisi della camicia le rammentavano che  Sergio non poteva permettersi di pagare le consumazioni nei costosi baretti attorno all’università, ed era troppo orgoglioso per farsi offrire anche un solo cappuccino.

Giulia sopportava volentieri i rigori invernali, il mercoledì, e pregava che il tirocinio di psichiatria non finisse mai. Si sorprendeva addirittura a desiderare che piovesse, il mercoledì. Sergio l’accompagnava cavallerescamente alla fermata del tram, offrendole il braccio sotto l’ombrello. Il contatto del suo braccio contro il suo fianco, faceva fantasticare Giulia su altre aderenze impossibili. Gusmeroli era proprio inespugnabile. Però la guardava languidamente, coi suoi occhi blu. Il suo sguardo sembrava esprimere al contempo desiderio e rimpianto. “Mi piacerebbe baciarti, ma non posso” A Giulia sembrava che gli occhi di Sergio dicessero questo. Una volta lui le regalò una confidenza importante, mentre i suoi occhi  le raccontavano il rammarico. Giulia gli aveva parlato della sua famiglia, nella speranza che Sergio sganciasse qualche notizia sulla sua vita a Morbegno. Il padre di Sergio era un sindacalista della CGIL, e lavorava in una grande fabbrica della zona. Si ammazzava di fatica, e faceva turni massacranti. Sergio era il suo unico figlio, pieno di talento. Lo manteneva agli studi sperando di vederlo diventare un medico condotto di tutto rispetto.

Sulla mamma, Sergio aveva sempre glissato. Giulia dubitava che fosse morta, ma non aveva fatto domande dirette, per non turbarlo. Una volta Sergio la trafisse con il suo sguardo malinconico e le disse la verità . “Ti ricordi quella signora che abbiamo visto a lezione la prima volta?” le chiese. “Certo che me la ricordo. La paranoica. L’assassina del gatto.”Giulia attese la rivelazione. “Ecco, mia madre è come quella signora. E’ paranoica.” Giulia tacque. Non sapeva cosa dire. Una madre malata di mente poteva spiegare l’atteggiamento schivo del figlio? Sì, poteva. “Da quando si è ammalata, la nostra vita è diventata un inferno. Ha avvolto la nostra casa in un’atmosfera di perenne sospetto. Ha litigato con tutti. Crede che io e mio padre abbiamo tentato di ucciderla. Non possiamo invitare nessuno a casa, perché lei lo investe coi suoi deliri. I farmaci non le fanno nulla. La rincoglioniscono un po’, le danno un po’ di tremori, ma i suoi pensieri non abbandonano mai il percorso delle manie di persecuzione. Mio padre non si rassegna, la ama moltissimo e la rivuole com’era prima. Io invece mi sono convinto che non ritornerà mai la mamma affettuosa e sorridente che mi ha allevato. Ma non riesco a staccarmi da lei, e non riesco ad avvicinarmi ad altre persone. E’ come se il suo umore sospettoso si fosse trasferito direttamente nel mio cervello.” Giulia gli prese le mani, commossa. “Non devi sentirti in colpa. Non è colpa tua. Non è colpa di nessuno. E’ una malattia. E tu non sei malato. Devi vivere la tua vita. Non ti servirà a nulla non vivere, per star vicino a tua madre. Questo non la farà guarire. Devi vivere la tua vita, Sergio.” Lui le baciò le mani. Aveva gli occhi lucidi. “Grazie. Mi ha fatto piacere parlare con te. Ora devo andare. Ci vediamo domani.” Si allontanò bruscamente. Quella fu l’ultima volta che Giulia vide Sergio. Non lo rivide il giorno dopo, alla lezione di Odontoiatria, né i giorni seguenti. Le speranze residue morirono il mercoledì successivo. Sergio mancava anche al tirocinio di Psichiatria. Giulia si era offesa, dapprima, attribuendo la latitanza di Sergio a un repentino pentimento per la confidenza cui si era abbandonato. Ma dopo una settimana era preoccupata per la sua sorte. Doveva essergli successo qualcosa. Qualcosa di terribile, che l’aveva indotto a bigiare perfino la lezione di psichiatria.

Indagò fra i compagni di corso. “Sapete che fine ha fatto Gusmeroli? “ “Chi, quel secchione scorbutico? Già, è un po’ che non si vede. Sarà rintanato in casa a preparare Clinica Medica. Mi sa che quello è uno che non vuole prendere meno di 28”. Giulia si diceva che doveva essere così, effettivamente. Sergio sarebbe ricomparso magicamente all’appello di Clinica Medica, sciorinando la sua calma competenza. Non si fece vedere neppure all’esame. Giulia si decise a fermare un suo compaesano, scorbutico e schivo quasi quanto lui. “Hai notizie di Gusmeroli? E’ un sacco che non lo vedo!” “Non l’hai saputo? Ha interrotto gli studi. Suo padre è morto improvvisamente, un mese fa. Sergio ha dovuto tornare a Morbegno, e mettersi a lavorare. Sai, per colmo di sfiga sua madre è malata, e deve mantenere pure lei. “  “Mi dispiace moltissimo. Salutalo da parte mia, quando lo vedi.” Fine del film . Non ci sarebbe stata nessuna love-story, fra Giulia e Sergio. Sarebbe rimasto solo un bel malinconico ricordo di pomeriggi invernali trascorsi a parlare occhi negli occhi sotto l’ombrello, alla fermata del tram.

 

 

Giulia ce l’aveva fatta. Era diventata un medico. Lavorava all’ASL, come dipendente. Modello 101. L’aveva portato con sé, al CAF della CGIL. Le avevano detto che avrebbe trovato  un certo Sergio, asso della compilazione delle dichiarazioni dei redditi.

Eccolo, il Sergio in questione, emergere con prepotenza dai suoi ricordi e sorriderle con immutato charme e sguardo parlante. Non l’aveva riconosciuta. O forse sì. Era un po’ umiliante, per lui, semplice impiegato, ritrovarla laureata  professionista dai redditi documentati. Sembrava aver scelto la via della nonchalance. Non trasalì quando compilò i suoi dati anagrafici. “Gandolfi Giulia. Nata il 24/03/1960. Professione: medico chirurgo. Figli a carico?”

Giulia arrossì violentemente. “Sì, uno. Si chiama Sergio .”

“Come me. Bel nome, vero? Scommetto che Sergio è carino come sua madre. E’ sempre stata bella, la Gandolfi  Giulia. Anni fa avevo una cotta per lei.”

 

 

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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

Una Risposta to “Setteequaranta”

  1. Ormai lo sai. Sono monotona ma insisto: mi piace molto come scrivi e anche il contenuto delle tue storie.
    Qualche lieto fine no?
    Sai che mi farebbe un sacco di piacere, come con certi film di cui vorresti modificare il finale. Cosa vuoi, sono romantica…
    Ciao
    Bess-Gianlù

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