Pensieri a briglia sciolta su nascita e morte

kubrick2001[1]

Ciò che segue l’ho scritto qualche anno fa, ma lo ripubblico perché è ciò che penso anche oggi, (anche se forse lo direi con parole diverse) e credo di non poter lasciare il mio blog orfano di qualche divagazione esistenzialista; inoltre è un piccolo omaggio a un mio amico buddista.
 
Io faccio il medico perché sono ipocondriaca, e perché ho sempre avuto una fottuta paura della morte.
Morire mi secca parecchio, anche se non sempre la mia vita mi piace o sono soddisfatta della piega che ha preso, nonostante gli immani sforzi per indirizzarla dove voglio io.
Sono convinta che la vita ci serve a prepararci a morire, e mi domando se sarò pronta, quando sarà il momento.Ho i tempi lunghi, io.
Anche a nascere ci ho messo un casino. Ventitré ore, per la precisione. E’ stato un parto podalico, senza taglio cesareo. E la mia nascita, così scettica e timorosa, mi assomiglia molto. Ho messo prima giù un piede, come si fa al mare, per saggiare la temperatura dell’acqua. Subito dopo, probabilmente, ho avuto voglia di tornare dentro l’utero caldo di mia madre. Mi hanno strattonato fuori con forza, provocandomi la lussazione della spalla.
Mia madre dice che appena nata avevo occhi consapevoli e saggi. Su questo le credo, anche perché sono mamma anch’io.Lo sguardo di Diego appena nato non lo dimenticherò mai. Era pregno di una conoscenza profonda: sembrava lo sguardo di un vecchio.Chi dice che i neonati non vedono è un imbecille: loro, semmai, vedono di più, nonostante quel velo catarattoso che appanna le loro cornee.Guardate gli occhi di un bimbo di pochi giorni, il suo modo di accogliere il mondo circostante. E’ uno sguardo di riconoscimento, è la prova dell’esistenza di vite precedenti. Ha una consapevolezza che gradualmente si affievolisce, man mano che la cornea diventa limpida.
Vorrei avere ancora un bimbo piccolo fra le braccia per godermi di nuovo la sua cernita del mondo. Non è una vera meraviglia, ma un riprender possesso di nozioni antiche. Riscoprire i profumi, le luci, la musica.Sulla musica, poi, ci sarebbe tanto da dire. Ricordo che, quando Diego non dormiva, era sufficiente inserire nel lettore un CD che avevo ascoltato in gravidanza per farlo istantaneamente calmare. Come il bimbo di Sandra, che smetteva di piangere accendendo il phon: il rumore gli era familiare, perché Sandra si è sempre sistemata la frangia col phon, quotidianamente, anche quando era incinta.Non sono palle. Quando aspettavo Diego ascoltavo spesso la struggente colonna sonora di “Ghost”. A quattro anni, lui, sentendone la riproduzione, ha esclamato: “Bella, questa musica, mamma!L’ascoltavo quando ero nella tua pancia…”
Comunque le prove della ricchezza della vita intrauterina non le ho solo io.Ho letto un articolo sul “Lancet”, in proposito: ho il conforto della scienza.
Quello che mi manca è la bibliografia scientifica sulla questione delle vite passate. Lì siamo ancora indietro. Si sa poco, pochissimo. Si conosce poco perfino ciò che succede quando un uomo è vivo, il suo cuore batte e l’elettroencefalogramma non è ancora piatto. Il sonno, i coma: tutto viene etichettato semplicemente come “alterazione dello stato di coscienza”, e…morta lì.
Che diavolo succede nel sonno? Che mi frega di sapere che durante i sogni muoviamo rapidamente gli occhi?Voglio sapere come facciamo a costruirceli, i sogni. Perché a volte li ricordiamo e a volte no? Io non me li ricordo mai, per esempio. Ho il sospetto di non fare sogni, altroché.Tutto ciò che non ricordo mi sembra di non averlo mai vissuto. Ogni notte muoio, quindi. E ogni mattina rinasco. Infatti, ogni sera ho paura di addormentarmi. E non posso dormire in un letto se le lenzuola non sono state stirate a dovere. Le lenzuola ruvide mi danno il panico: comincia a mancarmi il respiro, e penso alla morte. Scherzando, affermo che in una vita precedente mi hanno strangolato nel letto. Mi ha strozzato un amante respinto, perché nella vita passata ero cattiva e lussuriosa. In questa, per contrappasso, sono casta e ho poca fortuna con gli uomini…
Il coma mi affascina, da sempre. Se rinasco faccio la neurologa e cerco di capirci qualcosa. “Dottoressa, non sente nulla, vero? Almeno non sente nulla, finalmente”: così mi hanno detto tante volte, sollevati, i parenti di un paziente comatoso. Il coma provvidenziale che arrivava all’ultimo giorno di una grave malattia, magari un cancro.Io annuivo: “No, non sente nulla”. Non ne sono affatto certa, che uno non senta nulla. Forse non prova più dolore. Forse. Però, nel dubbio, al cospetto di un moribondo mi guardo bene dall’esprimere giudizi netti, o dal parlarne senza rispetto. Perché lui è lì, e secondo me sente, eccome. Magari vede i parenti che cominciano a litigare per i suoi soldi. O gli infermieri che lo sbatacchiano già con poco riguardo, come un cadavere da vestire.
Papà è stato in coma tre giorni, prima di morire. Abbiamo parlato molto, in quei tre giorni. Gli tenevo le mani, che sono state caldissime e pulsanti fino all’ultimo. E lui mi ha detto tante cose: il suo rammarico di lasciarmi nei guai, il suo desiderio di abbracciare sua madre e Sandra, il suo affetto che non sarebbe morto.Ha aspettato tre giorni per darci il tempo di rassegnarci alla sua assenza. Lui era pronto, a morire. Non l’avrei mai detto, agnostico e cinico com’era, ma la morte lo ha colto preparatissimo. Quando sono tornata a casa sua, dopo che il suo cuore ha smesso di battere, ho trovato l’appartamento in ordine perfetto, i documenti ben archiviati.Il frigo era pieno di ogni ben di Dio. Aveva cucinato un sacco di manicaretti per invitare gli amici a cena. E l’abbiamo fatta, la cena. Dopo il funerale, senza di lui, abbiamo mangiato i buoni cibi che lui aveva preparato. E io lo ho visto ridere, a capotavola, mentre alzava il bicchiere in un brindisi…
A volte dal coma si svegliano. Ho raccolto i racconti di qualche miracolato, e sono tutti simili a ciò che ho letto ne “La vita oltre la vita”. Tunnel, luci, e tutto l’armamentario del paradiso. Naturalmente, siccome siamo in un paese cattolico, è un paradiso cattolico. E Padre Pio la fa da padrone. Un mio paziente pugliese ha rischiato la pelle per un intervento di by-pass coronarico gravato da mille complicazioni. Ha visto Padre Pio che discuteva, ai piedi del letto, con suo fratello, che è già nell’aldilà. Hanno contrattato un po’, poi il fratello del mio paziente gli ha sorriso e ha detto: “Non è ancora ora”.Il mio paziente, mentre Padre Pio e il fratello discutevano, ha fatto dannare l’anestesista che non riusciva a intubarlo.Il rianimatore lo ha riacciuffato per i capelli, dopo qualche minuto di arresto cardiorespiratorio, in perfetto stile ER. Naturalmente, il paziente non è riconoscente al medico che gli ha salvato la pelle, ma a Padre Pio.
Mio figlio Diego, invece, ha un tramite diretto con gli angeli. Ogni tanto, quando lo sento parlottare da solo e gli chiedo spiegazioni, mi risponde di essere a colloquio col suo angelo custode. Diego gli chiede di tutto, dall’influenza sui fenomeni meteorologici (una volta eravamo in autostrada sulla Milano-Bologna e Diego ha domandato e ottenuto la sparizione di una nebbia fittissima), alla risoluzione dei piccoli problemi quotidiani (come trovare parcheggio in centro, che richiede-effettivamente- una soluzione soprannaturale).Se la richiesta di aiuto angelico proviene da me e chiedo la mediazione di mio figlio, a volte devo sottostare a delle buffe limitazioni (“Mamma, oggi ha già lavorato tanto, lasciamolo riposare”).
L’angelo di Diego ha fatto gli straordinari appena ingaggiato.Ero tornata a casa dall’ospedale, col mio bimbo di tre giorni e due chili e ottocento grammi. Lo stavo allattando, e sperimentavo la teoria di Melanie Klein sul seno buono e sul seno cattivo. Diego si rifiutava, strillando, di ciucciare la mia mammella destra.Ad un tratto il suo urlo neonatale si è troncato di botto, ha avuto un arresto respiratorio. Mi sono trovata a fissare, istupidita, un cadaverino inerte e cianotico fra le mie braccia.Ho cominciato a scuoterlo, incredula: al posto del mio bimbo c’era un bambolotto senza vita, la mia carriera di madre finiva prima ancora di cominciare.Per un tempo incalcolabile ho avuto un déjà vu: la visione di mia sorella sul tavolo dell’obitorio di Niguarda. Poi, forse, ho trovato la forza di rianimare mio figlio. Più semplicemente, è intervenuto l’angelo.Ha salvato Diego e ha salvato anche me, che non avrei sopportato di perdere il bene più prezioso che avevo al mondo, e di aggiungere altri rimorsi al mio curriculum vitae.
 
 
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

12 Risposte to “Pensieri a briglia sciolta su nascita e morte”

  1. Sai
    ti ho sempre letta. Ti ho conosciuta su scrivi.com e poi sono finita qui, nel tuo angolo virtuale.
    Mi è sempre piaciuto il tuo modo di scrivere, descrivere e raccontarsi.
    Vero o inventato che sia sono letteralmente conquistata da tutto ciò che esce dalla tua penna.
    Conquistata e coinvolta…come la pagina che ho appena letto.
    Sai
    mi ci sono ritrovata …
    tranne il fatto che non sono un medico…per il resto, ipocondriaca al massimo e una fottuta paura di morire ..ma non sono stata brava come te …in compenso è diventata medico mia sorella…ed io sfogo su di lei tutte le mie maledettissime “paure”…
    Non sempre mi capisce…siamo diverse però alla fine è sempre dalla mia parte …l’amore vince.
    Ma questa è un’altra storia.
    Forse. Rimane il fatto che sei davvero brava…anzi, brava è dir poco…e anche alquanto banale.
    Ma è la verità.
    Ciao
    Nicole

  2. Ti ringrazio qui, Nicole, e ti mando un pensiero afettuoso. E’ bello sapere che hai letto il mio monologo e l’hai condiviso; a volte mi sembra di farneticare invano da sola 🙂

  3. Caspita!
    Ti ho sempre letto con piacere ed apprezzata ma direi che qui vai oltre.
    Un racconto ricco di sensazioni/osservazioni/emozioni senza un benché minimo accenno di sbrodolatura. Complimenti veri!
    Gianlù

  4. Ciao Alice.
    Non so se i neonati vedano o meno, comincio a dubitare che gli adulti lo facciano.
    Un abbraccione pasquale, sono così abitudinario che fare un salto su un blog è una prodezza. Stammi bene
    Marco (mboz)

  5. Non parli da sola, te lo posso assicurare. Anch’io ho sempre letto con piacere i tuoi racconti e le tue pagine di diario. Hai uno stile che cattura per semplicità e chiarezza, ma anche per intensità e spessore: nelle vicende che narri qualsiasi donna si può specchiare. E a me pare quasi di conoscere te e di essere una zia acquisita di Diego: chissà, forse in un’altra vita ci siamo già incontrati, noi tre! ;-))
    Buonanotte

  6. Abbiamo molti pensieri comuni, quel posto avrei potuto scriverlo io e anch’io sono nata dopo tre giorni di travaglio e venivo podalica e con due giri di cordone intorno al collo.
    Debbo la vita al fatto che mia madre aveva preferito partorire in ospedale (e all’epoca non era affatto usuale) e il ginecologo fece una manovra infilando il braccio e girandomi. Non so come si chiama la manovra e non so se oggi molti ostetrici sarebbero in grado di farla.
    Io fin dalla prima infanzia non ho mai sopportato i colli stretti e alti (mia madre mi faceva le maglie aperte e abbottonate ulla spalla sinistra) e il motivo è ovvio.
    E avrei desiderato fare il medico

  7. Leggere queste parole è stato uno smuovere tante di quelle emozioni che nascono dall’essermi confrontata col dolore e con la morte.. c’è qualcosa che va oltre la scienza, ed è il mistero della vita, quello che nessuno può studiare ma che può solo intuire esistere e accettare. il tuo racconto mi ha fatto venire in mente la storia di una noto chirurgo donna russo, una storia che mi raccontava una persona a me cara. questo chirurgo, a fine carriera e dopo migliaia di interventi, parlava di quel qualcosa di indefinito che prescinde dalla bravura del medico, dalla volontà umana, dai calcoli..che stabilisce il confine tra la vita e la morte.. un approccio spirituale simile al tuo, che nasce quando si ha la sensibilità e l’umiltà di guardare al mondo ancora con meraviglia e incanto, senza far dipendere tutto dalla ragione e dalla scienza.

  8. Un racconto molto preciso e particolareggiato ricco ed emozionate…..però davver originale
    passa per un caffè
    ciauffffffff

  9. Io invece è la prima volta che ti leggo. Per me la vita non è stata così complessa (oddio, spero di non aver detto le ultime parole famose). A conti fatti, per ora ha preso la piega che volevo io: sarà che sono giovincella. E’ comunque faticosa come faccenda, non lo nego, sarà per questo che non volevo nascere (i medici svizzeri hanno ricoverato mia madre con la forza, c’ho messo dieci giorni per decidermi). Fare i medici perchè si è ipocondriaci è un pò il motivo che spinge anche verso questa strada, con l’aggiunta del fatto che non voglio sentirmi impotente quando qualcuno che amo starà male. Ultimamente mi sto convincendo che certe cose è meglio non saperle, ma questa è un’altra stoia.
    Ad ogni modo, suppongo che raramente la morte ci colga preparati: ma in fin dei conti, cosa conta, dopo?

  10. ho letto il tuo commento da Gianluisa, in cui fai riferimento alle mie parole…
    ci sono rimasta un po’ così…
    forse non ne ho colto il “Tuo” senso…
    e poi leggendo questo post,
    mi rendo conto anche tu tempo fa capivi quanto pesasse la perdita…
    mah…

  11. piaciuto questo raccontare a ruota libera che fa intrecciare pensieri e fatti, alcuni saranno veri, altri immaginati o solo desiderati; perché la vita, in fondo, è un rimescolio di sensazioni attuali e di quelle passate e noi siamo un tutt’uno fatto del nostro oggi e del nostro passato: una sorta di composizione futurista dove ogni cosa diventa contemporanea.

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