Parlami parlami

Maledettobenedetto metrò. Lo prendo sempre, per andare al lavoro che- tanto per gradire- si trova dalla parte opposta della città, rispetto a casa mia. Da un capo all’altro della linea gialla nello splendore dei suoi trenta-quarantacinque minuti di percorrenza- deragliamenti, suicidi  (ma perché si ammazzano sempre nell’ora di punta?) e guasti  permettendo. Una via crucis sui binari fatta di afrori extracomunitari (a Maciachini sale un melting pot arabo-ucraino-cinese che si diluisce via via che il treno si approssima alle fermate del centro), valigie scaraventate sui piedi (Centrale, fermata Centrale), affollamento da shopping  (a Montenapo modelle alte e stronze, con nasi e tacchi a punta, a Duomo parapiglia più nazionalpopolare ed eterogeneo), pigiapigia universitario e dolente (a Missori  l’afflusso degli studenti  della Statale e dei visitatori  del Policlinico) e poi,via via, nuovi spintonamenti e resse di periferia, fino a San Donato.

Tutti i santi giorni la stessa solfa. Io salgo e scendo ai capolinea e riesco ad acquattarmi sul sedile di fianco alle porte scorrevoli, un libro in mano che mangio a bocconi e sussulti, fra una frenata e l’altra. Ma spesso mi godo quei trenta-quarantacinque minuti di umanità calda, frenetica o assonnata osservando di sottecchi i pendolari del gran Milan e appioppando a ciascuno di loro variegate vite immaginarie.

A lei, per esempio, avevo attribuito vicissitudini sentimentali turbolente e complicate (lo sguardo languidamente masochista me la faceva immaginare ingabbiata in qualche triangolo amoroso di difficile soluzione), un’attività lavorativa di scarsa soddisfazione (l’indizio era una cartella portadocumenti di aspetto dozzinale e un abbigliamento poco appariscente di anonima fattura, da dipendente pubblico), genitori anziani e malati (era salita a Missori con un’aria preoccupata e aveva occhiaie nere di stanchezza e unghie rosicchiate all’osso). Però era bella, di un’avvenenza  esaltata dal pudore e dalla tristezza che tutto il suo corpo (occhi chiari e innocenti, sorriso mite e culo piccolo e sodo ) emanava. E, a causa della ressa da ora  di punta, quel suo culo – piccolo, sodo e triste- stava, giustappunto, a un centimetro dal mio naso: lei era aggrappata al sostegno davanti alle porte ed io non potevo fare a meno di notarla.

 Di fatto fra me e lei si era stabilito un contatto intimo, che derivava, più che dalla forzata contiguità fisica, da un’istintiva e incontrollabile simpatia e da una indiscutibile e predestinata  affinità denunciata dallo stesso libro ch’io stringevo fra le mani e che faceva capolino dalla sua borsa, una raccolta di racconti di Alice Munro. La Munro – manco a dirlo- è la mia scrittrice  preferita.

Mentre meditavo come cogliere quel segnale inequivocabile del Destino senza apparire troppo mellifluo e pappagallesco, il Fato  si palesò ancora una volta con un provvidenziale calo di tensione, che fece morire la corsa del treno giusto a metà strada fra Romana e Lodi. Dopo un sobbalzo, il buio, e il treno si fermò nelle viscere oscure della terra. Sentii culosodo fremere d’ansia e catapultarsi con insospettabile energia fuori dal treno. In un battibaleno si era proiettata fuori dal vagone per correre nel buio della galleria. L’agguantai al volo con una prontezza di riflessi esasperata dall’apprensione- quel libro era bastato a farmi invaghire in pochi attimi.

 “Che fai ? Sei matta? Se arriva un treno dalla direzione opposta ti travolge! Torna dentro!” le sibilai all’orecchio, arrogandomi una confidenza legittimata solo dalla sua evidente paura.

Più che paura, era vero e proprio terrore, lei confermò, con voce fioca e singhiozzante : “Soffro di attacchi di panico. Non prendo mai il metrò. Mai. Solo che stamattina ero già in ritardo e allora…”

“Sta’ tranquilla” la rassicurai: l’odiosa abitudine al mezzo pubblico mi veniva per la prima volta in soccorso, facendomi ostentare una calma olimpica che sono ben lungi dal provare in altre occasioni della mia vita. “Non ti preoccupare. Io prendo spesso il metrò e mi è già successo. Dobbiamo solo aspettare che mandino una motrice a trascinarci fuori di qui. E’ solo questione di tempo e di pazienza.” Lei non era convinta. La sentivo tremare sotto il mio braccio che le aveva timidamente cinto la vita a trattenerla da altre improvvide ad avventate fughe. Mi frenai a stento dall’aumentare la mia stretta. Ero già innamorato a morte.

“Parlami parlami parlami” esalò,  in una litania ossessiva. Cercava rassicurazione, poveretta.

“Così ti piace la Munro” dissi, come riprendendo un discorso interrotto.

“Oh sì” ammise, sollevata dal mio tono confidenziale. “Ha questa facoltà speciale  di risolvere vicende complicate in modo semplice. E poi c’è sempre un caso maligno in agguato, nei suoi racconti. Una fatalità fortuita che mette a nudo segreti insospettabili.”

 “Un po’ come questa sosta imprevista e terribile” soggiunse, ridacchiando nervosamente.

“Cosa darei per conoscere i tuoi insospettabili segreti!” Lo dissi con tono di celia, ma ero molto più sincero di quanto il mio fare scanzonato lasciasse supporre.

“Oh, ma io non ho segreti. Sono sincera e banale” protestò lei, con veemenza.

“Ognuno custodisce segreti , e non ti credo affatto banale” protestai di rimando.

“Continua a parlare, non fermarti.” L’ansia riprese a farle tremare la voce.

E allora parlai, senza sosta. Parlai nel buio per mezzora filata – tanto ci volle perché una motrice ci trascinasse alfine fuori da quell’incaglio sui binari e perché la luce tornasse a illuminare il suo volto spaurito e contratto  (l’angoscia la rendeva perfino brutta, eppure prima della fermata era stupenda, ne ero certo). In quella mezzora le raccontai di me, della mia vita consumata in attese inutili e senza desiderio, della mia solitudine e delle mie frustrazioni. Lei mi disse di sé, e scoprii che ci avevo azzeccato su molte cose: aveva un amore infelice , lavorava in Comune (impiegata archivista) e i genitori non erano anziani ma già defunti (al Policlinico era passata a trovare uno zio). Mi disse “Vorrei tanto avere un figlio”, come se fosse l’ultima sigaretta del condannato a morte. Io le confessai, di rimando, che mi sarebbe tanto piaciuto farmi una famiglia mia (a trent’anni vivo ancora a casa coi miei, per cronica carenza di soldi e d’entusiasmo).

Quando tornò la corrente, fu come trovarsi nudi in mezzo alla strada. “Scusami, scusami tanto” sussurrò lei, e la sua voce era piena di vergogna.

A Corvetto scese senza salutare e senza voltarsi indietro.

 Questo racconto è frutto di appropriazione indebita. Giusto precisare, nel caso fosse un capolavoro, che la storia me l’ha raccontata Paolo. Se invece si trattasse di ciofeca, è sacrosanto chiarire che l’ho scritto interamente io.

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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

4 Risposte to “Parlami parlami”

  1. mi ripeto, tu sai coniugare un’infinita umanità all’ironia più intelligente, alla brillantezza di una prosa che scorre, proprio come il metro. Quando funizoina
    :-))

  2. E’ un bel racconto. Questo è un fatto concreto. Ben scritto. C’è fantasia abilmente miscelata con una realtà che salta agli occhi di chiunque frequenti il metrò milanese.
    Brava Diana!
    Ciao
    Gianlù

  3. ciao bel racconto. A me piace, quando vengo a milano prendere la metro proprio per questo motivo, immaginare storie che si intrecciano…
    E poi mi ha sempre colpito che a milano sui mezzi si legga molto

  4. trattasi di buon racconto, di riflessioni veritiere che faccio spesso anche io osservando i visi o i vestiti . Le fermate cui salgono oo scendono sono davvero indicative e lo sono ancor più le diverse linee che corrono nel sottosuolo.

    Ma le persone più “IN ” e più “OUT” le trovo sui bus.
    Quelli OUT perchè lo sono talmenet da non scendere sotto la metro, spesso anziani malmessi.
    Quelli IN spesso sono professionisti che si aggirano tra studi legali e ministeri

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