Natale blu

mareintempesta

Era uno strano Natale. Tutta quella luce e quel blu infinito fra cielo e mare, senza interruzioni dell’orizzonte.
Me ne stavo a contemplare l’oceano  e pensavo ch’era un regalo inaspettato, quel Natale torrido e atipico con tanto di palme e calda sabbia a darmi l’illusione di eterna estate.
La spiaggia era immensa e semideserta.
Mi avevano detto che le ragazze africane ne stavano alla larga, per riparare la pelle dai raggi impietosi. Molte volevano impallidire come Michael Jackson  e pensavano che starsene all’ombra avrebbe giovato allo sbiancamento indotto dalle creme antimelanina.
Sì, la vita era uno strano paradosso. Io me ne stavo impavida al sole, sperando di colorarmi la pelle lattea e quelle compravano cosmetici per sbiadire come lenzuoli.
Marianne, invece, mi aveva confidato che non andava in spiaggia per paura di essere rapita dalle sirene.
Me l’aveva detto seria, mentre traeva auspici sul mio futuro, gettando piccole conchiglie sul tavolo, come dadi della sorte.
Probabilmente, anzi certamente, Marianne non sapeva nuotare. “Dovresti temerle anche tu, le sirene.” mi ammonì risentita. All’idea del ratto delle sirene mi era scappata una risatina di sufficienza.
“Non vieni a fare il bagno?” Mio padre si gettò fra i flutti, riscuotendomi dalla mia pigrizia contemplativa.
Era un fanatico del nuoto. Mi aveva afflitto per tutta l’infanzia imponendomi corsi natatori quando avrei desiderato qualunque altra forma di attività motoria che non contemplasse bruciore negli occhi e capelli increspati dal cloro, e l’orribile monotonia delle bracciate regolari agli ordini di un istruttore nazista a bordo vasca.
“Il nuoto è lo sport più completo e simmetrico, e tu ne hai bisogno, per il tuo fisico gracile e la tua spina dorsale storta” : così si opponeva alle mie vane richieste di giocare a tennis o far danza classica. Ma lui no, era irremovibile: dovevo imparare a nuotare- e bene- e dovevo raddrizzarmi.
Incapace di ribellarmi all’imposizione motivata con irrefutabili ragioni salutistiche, mi prendevo una misera rivincita nelle rare occasioni agonistiche che vedevano la mia forzata partecipazione.
Alle gare avevo cura di deludere le aspettative paterne, arrivando regolarmente ultima mentre lui si sbracciava inutilmente fra il pubblico a bordo vasca.
“Dai, muoviti, vieni a fare una nuotata con me” : eccolo, con il suo inesorabile invito che s’inarcava oltre gli anni della mia adolescenza difficile.
Guardai la massa d’acqua scintillante alla luce del sole equatoriale e provai un moto di pace e gratitudine.
Era uno strano Natale, ma io mi sentivo quasi felice. Ero contenta di essere in Africa e di essere vicina a mio padre, dopo tanti anni di lontananza. Dopo la separazione dalla mamma, era andato a lavorare all’estero e io non lo vedevo che un paio di volte all’anno, in occasione delle vacanze natalizie ed estive. In fondo, che mi costava farlo contento?
Mi gettai in acqua, assaporando la fresca carezza dell’oceano sul mio corpo accaldato e iniziai ad allontanarmi da riva sulla scia schiumosa delle bracciate paterne.
Cercavo di non rimanere indietro, sospinta da uno stupido orgoglio emulativo, ma cominciavo ad annaspare per l’inusuale fatica. Mi travolgeva un gorgo di acquose insidie; mulinelli e ondate lunghe e irregolari mi consumavano forza e sicurezza.
Cominciai a bere sorsate d’acqua salina e sabbiosa, e il panico mi sommerse subitaneamente.
Pensai alle sirene di Marianne, e alzai un braccio verso mio padre, incapace di usare il fiato per chiedere aiuto.
La corrente ci aveva sospinto a molte centinaia di metri da riva, ma lui sembrava del tutto inconsapevole del pericolo nel quale mi aveva trascinato e in cui mi dibattevo senza alcun autocontrollo. Ad un certo punto la mia testa dovette sparire fra i flutti, perché finalmente, tardivamente, capì. Prese a spingermi , assecondando le onde lunghe e inesorabilmente vorticose.
Vedevo la riva avvicinarsi e allontanarsi con movimento crudelmente pendolare.
Mi concentravo sul mio respiro, ormai ridotto ad un ansito difficile e spasmodico, e sentivo l’acqua penetrarmi in ogni fibra riluttante.
Pensai a quanto fosse stupida la morte che mi ero scelta: sarei annegata per la presunzione di saper nuotare!
Quando, dopo un tempo incalcolabile, toccai la sabbia del bagnasciuga, mi sembrò un miracolo propiziato da una mistica coincidenza. Non ero morta perché era Natale: questa era la spiegazione.
Al telefono, chiamai mia madre per farle gli auguri.
“Come va amore? Tutto bene? “ la sua voce era carica di ansiosa sollecitudine.
“Tutto bene, mamma. Tutto bene.”
Annunci

~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

Una Risposta to “Natale blu”

  1. Un bel racconto.
    Scritto bene e descrittivo a misura.
    Ciao e buona domenica.
    Gianluisa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: