Mariuccia e i fantasmi

goya 3In realtà la zia Rina già la vedeva prima, quando non era ancora successo niente. Le si sedeva ai piedi del letto e se la raccontavano, come quando erano giovani.

Mia mamma mi parlava di queste sue visioni, ma non ci facevo troppo caso. Credevo si trattasse di una delle mille manifestazioni d’affetto tributate all’adorata  sorella. Il fatto che la Rina le si palesasse dall’oltretomba, in fondo, non era così straordinario. Mia madre una certa abitudine al rapporto con l’aldilà l’aveva sempre avuta. Ogni tanto, ad esempio, parlava con la buonanima di mio padre. Ci si arrabbiava, e lo rimbrottava. “Tè vist, come sono combinata? Non potevi aspettare un cicinin ad andartene? Go la tusa da crescere  e ti quando c’è bisogno non ci sei, non ci sei mai”.

In realtà, quando era morto il babbo, io l’avevo vista rinascere. Aveva cominciato a uscire, a prendere il caffè con le amiche, perfino andava a ballare il liscio il sabato sera. Tutte cose che con lui, triste e severo come un prete, non aveva mai potuto permettersi. Avevo anche compreso che pure l’inflessibilità ostentata nei miei riguardi (“non uscire, non truccarti, è troppo corta quella gonna”) era tutta di facciata; si trattava di roba posticcia come una parrucca, una finta intransigenza appiccicata per contentare un marito all’antica, ma non condivisa fino in fondo. La data della morte di mio padre, diciamolo, per la nostra famiglia di matriarche – io, mia mamma e la zia Rina- era stata l’anniversario della Liberazione della Donna, anzi delle donne.

Mia mamma era una persona allegra, socievole, ed incline a godersi la vita. Ogni tanto arrivava un uomo ad insidiarle la riconquistata autonomia, con profferte amorose più o meno audaci destinate a cadere miseramente nel vuoto. Mi raccontò una volta di un vedovo che aveva iniziato a corteggiarla al cimitero, mentre entrambi si recavano ad omaggiare i loro rispettivi consorti defunti. “Tusa, cheschi l’è matt. Pensa che mi vuole sposare, dice.” “E tu cosa gli hai risposto?” le ho chiesto, curiosa, e per niente stupita delle sue doti seduttive. “Ne ho già seppellito uno, che ho servito fino alla morte. Mi basta e avanza, voglio essere libera.” Me la immaginavo, mentre indicava minacciosamente la tomba all’incauto pretendente; quanto alla faccenda del servizio, non aveva tutti torti, poveretta: lei e la zia Rina avevano vegliato il papà per tutta la durata di una interminabile agonia, procurata da un cancro diffuso e senza scampo. I miei ricordi infantili erano intrisi  dell’odore di urina e disinfettante, delle  iniezioni di morfina più volte al giorno, e di quel vecchio magro e malato ch’era stato mio padre, un’ombra d’uomo nel letto. Chissà, forse da grande ho fatto l’infermiera per non tradire quella famigliare vocazione all’assistenza.

Comunque, adesso che la Mariuccia, mia madre, ha perso la salute, non mi sento mica così forte. E’ ancora lei quella che dirige i lavori, dà ordini precisi e secchi e guai a contraddirla. Tutto è cominciato una sera d’estate, quando l’ è borlà giò  e s’è lussata la spalla. E’ caduta proprio sulle scale di casa mia: stava venendo a portarmi la biancheria accuratamente stirata, da scambiare con una montagna di panni ancora spiegazzati. Ancora oggi, a ottant’anni suonati, pretende di stirare al posto mio. Insomma, sembrava uno stupido incidente domestico come ne capitano a migliaia di giovani casalinghe. Invece è stato l’inizio della fine. La spalla lussata è diventata una frattura della clavicola e dell’omero; l’hanno dovuta operare, con tanto di anestesia generale. Stavo per portarmela a casa per la fisioterapia domiciliare, quando il medico di reparto mi ha mandato a chiamare. Aveva la faccia scura delle cattive notizie. “C’ è qualcosa che non va- ha detto senza troppi preamboli- L’anestesista ha fatto fatica ad intubarla. Bisogna fare una TAC del collo e del torace”. Mariuccia la cosa l’ha raccontata a modo suo. “Non mi lasciano andare a casa. Ne podi pű. Tutte ste scene per  ‘sto robino che c’ho in gola. Ma se non dà fastidio a me che noia può dare a loro?” “ Me lo fai vedere? – le ho chiesto cautamente. Era di umore irritabile, lo scoppio d’ira era in agguato… “ Toh!”- ha aperto la bocca con aria di sfida e l’ho visto. Un mostro rosso sangue della grandezza di una noce le penzolava dal palato, occupando gran parte della sua cavità orale. “Robino mica tanto…” mi è scappato il commento acido.  Mi chiedevo come facesse a mangiare, e a respirare. Lei, però, stranamente non si è incazzata. Non con me: era indignata con  il medico, colpevole di assurdo allarmismo. “Mi ha sgridato, il pirla. Dice che non capisce come fa a non darmi fastidio. Cosa cavolo vuoi farci, ormai me lo tengo, ci sono perfino affezionata. Basta tornare a casa. Qui non si dorme, la vecchia di fianco russa come un trattore.” Mi è scappato un sorriso: “la vecchia di fianco” era una paziente di una ventina d’anni più giovane di lei, ma lei ne parlava con sprezzo giovanile.

E così siamo  tornate a casa, patteggiando due chemio al posto di sei; era agosto e le chemio col caldo non sono una passeggiata. Lei è stata brava ed indomita come al solito. Non ha nemmeno vomitato, e io ho cominciato a illudermi che potesse farla in barba pure al cancro. Ha iniziato la fisioterapia per la spalla rotta e sembrava quasi che potesse riprendere la vita di sempre: le amiche, il caffè…  non il liscio il sabato sera.

Una mattina, però, si è alzata di scatto dal letto per correre a far pipì ed è rimasta piegata in due dal colpo della strega. Lì l’ho vista piangere per la seconda volta nella mia vita (la prima era stata quando era morta la zia Rina, ché per mio padre aveva gli occhi asciutti): le vertebre di carta velina si stanno sbriciolando una ad una, porca l’osteoporosi.  A quel punto io e mio fratello non le bastavamo più, a far notti e pastine alternate. E’ iniziato il valzer mortale delle badanti: un’infinita teoria di Tatiane, Olghe, Corinne che venivano investite da ordini perentori in milanese stretto (capisnagott, invariabilmente). Ora c’è Marina, che ha resistito a tal punto che non è Marina a badare a mia madre, ma mia madre che bada a Marina: oggi ho beccato la Mariuccia in piedi, ai fornelli, che girava la polenta.

“Mamma che fai?”

“Non vedi? Cucino! “ mi ha risposto, scandalizzata per la domanda retorica.

“Mamma, la paghi perché ti aiuti…”

“Sì, ma la polenta non la sa cucinare”, ha replicato con logica inespugnabile. Pare che la polenta sia irrinunciabile, nella dieta della Mariuccia. In effetti, il robino  che ha in gola non le permette cibi molto più consistenti, e allora ho rinunciato a discutere.

Lei, mentre girava la polenta, mi ha raccontato dei suoi fantasmi.

“E’ tornata la Rina” ha annunciato, come se nulla fosse. “Ma non è sempre lei” ha aggiunto, versando sale sulla ferita delle mie preoccupazioni.

“ Come sarebbe a dire che non è sempre lei?”

“A volte sul letto mi si siede una sconosciuta, col capo chino. Io al buio cerco di sollevarle la testa, ma non riesco a vederla in viso.” Rabbrividisco all’idea della Nera Signora incombente nelle notti insonni di mia madre. Ma lei non sembra affatto preoccupata. “Certe notti  arriva un bambino- confessa- gioca, salta, corre  e tira calci a un pallone. Sembra tuo fratello quando era piccolo, ma io lo so che non è lui.”

“Chiederò al dottore che ti dia un sonnifero”: lo prometto  più a me stessa che a lei, che non sembra minimamente turbata dalle sue visioni notturne.

“Ma no, lascia stare. Guarda che riposo bene. E poi  i miei fantasmi mi tengono tanta compagnia… Lo sai qual è il più bello?”

“Qual è ?”

“La ballerina. E’ davvero magnifica! Gira, gira, gira come una trottola. Le si gonfia tutta la gonna come se le turbinasse sotto il vento. Poi, all’improvviso, la gonna si affloscia come un pallone bucato e lei fa la pipì sul mio letto”. Ride.  Dio mio, le è partita anche la testa.

“Saranno le metastasi al cervello?” ho chiesto al suo dottore, con la rassegnazione e una risposta nella domanda.

“ E’ più probabile che siano le allucinazioni provocate dalla morfina” ha risposto lui, paziente.

“ Sono disturbanti per la mamma?” si è informato, con sollecitudine.

“Non credo”  ho risposto, ed ero sincera.

“Meglio le visioni che il dolore” ha detto lui, compilando una ricetta. 

  

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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

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