Mai di martedì

linea gialla

Era un martedì. A volte di certe giornate campali ricordi particolari insignificanti o astrusi. Non saprei precisare la data esatta; so che era una giornata canicolare di pieno agosto, senza una bava di vento a lenire afa ed affanni. Ed era un martedì, questo invece lo ricordo benissimo.
La banchina della stazione di Rimini era quasi deserta, alleggerita dal sovraffollamento dei pendolari e dei turisti del weekend e dei giorni festivi.
So di aver pensato a quel detto un po’ incomprensibile che recita “Di venere e di marte non si sposa e non si parte”.
Sul matrimonio potevo essere d’accordo: di martedì mi ero sposato dodici anni prima, e di martedì, proprio cinque anni fa, mia moglie aveva fatto le valigie e se ne era andata per sempre.
Chi lo sa perché il mio matrimonio era andato a finir male, ma una petulante vocina superstiziosa mi infastidiva con quella faccenda che Marte invoca guerra, invece che amore.
Le partenze, però, sono tutta un’altra storia. Non ho mai capito quali controindicazioni ci siano a partire di martedì. Mi pareva – e mi pare ancora oggi- che il martedì sia la giornata ideale per intraprendere un viaggio, senza code estenuanti alla biglietteria e sui treni.
Doveva averla pensata così anche lei, che avevo subito adocchiato sulla banchina del binario 1, in attesa dell’Eurostar per Milano delle 10.15. Era bella, anzi bellissima ed era impossibile non notarla. La sua presenza si stagliava come un’isola di splendore nel  circostante grigiore ferroviario. Era una di quelle apparizioni inattese che ti sorprendono come miracoli. Aveva una figura minuta dotata di grazia naturale in ogni gesto o postura, dal ravviare una ciocca di capelli  (biondi, anzi dorati) sfuggita alla costrizione di un fermaglio, al dondolarsi da un piede all’altro al ritmo di una musica diffusa dagli auricolari di un i-pod, al controllare la chiusura di un’enorme valigiona che non si capiva  come avesse trascinato fin lì. Il viso era un’ indovinata combinazione di candore e perversione, con occhi chiari e malinconici dove smarrire lo sguardo e labbra carnose atteggiate in un broncio irresistibile. Il suo fisico sottile era animato da curve pericolose sulle quali doveva aver sbandato più di un uomo.
Però piangeva. A dirotto, con l’impudicizia della vera disperazione, che si esprimeva in tutte le variazioni teatrali dello sconvolgimento emotivo: spalle scosse dai singhiozzi, trucco disciolto dalle lacrime a rigare il volto di bambola, braccia conserte in un abbraccio vanamente autoconsolatorio.
“Non piangere, bambina. Nulla può farti veramente male, con quella dote di fortuna che ti ritrovi fra le mani affusolate: sei bella, e sei giovane. Non rimarrai sola a lungo, non conoscerai mai l’umiliazione delle schiene voltate in ostracismo sociale, né il freddo  delle lunghe sere invernali in  una casa vuota d’affetti e di rumori. Non mendicherai il sorriso dei vicini di casa e la pausa caffè coi colleghi, nella spicciola lotta quotidiana contro l’isolamento e l’assenza di futuro.”
Così andavo rimuginando, mentre involontariamente comparavo la sua disperazione con la mia, più sorda e trattenuta, ma non meno irrimediabile. Lei non smetteva di lacrimare, nel frattempo, e i suoi occhi umidi erano più grandi ed espressivi che mai.
“ Chi è quello stronzo che ti ha fatto questo? – chissà perché non avevo dubbi che a ridurla in quello stato fosse stato un miserabile esemplare  della razza umana, di sesso maschile. “ Dimmi chi ti ha ferito e sguainerò la mia spada per difenderti, distenderò il mio mantello sulle tue spalle a proteggerti da ogni dolore…”. Nella fantasia mi avvicinavo, anche, e mettevo in atto le mie assurde profferte cavalleresche, e lei non le trovava affatto sconvenienti, ma le accoglieva con inatteso sollievo.
Invece mi mantenevo a distanza di sicurezza, paralizzato dalla mia timidezza e dal mio imbarazzo, e continuavo a spiare impotente i sintomi del suo patologico sconforto.
L’altoparlante annunciò il nostro treno in arrivo. “Si prega di non oltrepassare la linea gialla”. Colsi il senso di quel divieto nello stesso istante che lei smise di piangere. La vidi serrare la mandibola in un’espressione volitiva e irrevocabile. La linea gialla della banchina iniziò a lampeggiare davanti ai miei occhi come un segnale di pericolo, mentre con orrore crescente la vedevo smettere di dondolarsi e posizionarsi sul confine proibito come un atleta sui blocchi di partenza.
L’attimo che seguì fu un caleidoscopico concentrato di eventi rapidi e contrari : l’Eurostar che sopraggiungeva con la sua minacciosa velocità d’impatto, lei che gli si lanciava contro con energia autodistruttiva, io che mi tuffavo come Superman su di lei a spingerla con forza lontano dalla linea gialla e dal treno.
Fu un inizio, quello, e non la fine prevista. Perché ci ritrovammo per terra intricati in un primo fortunoso abbraccio, e lei iniziò a ridere e a insultarmi, e io continuai a ridere e a insultarla di rimando, per lo spavento che mi aveva cagionato.
E non partimmo per Milano, quella volta. Ce ne andammo al bar della stazione come due vecchi amici a festeggiare: lei il mancato suicidio, io l’averla incontrata.
Domani io e Chiara ci sposiamo, in un azzardo calcolato e in comunione di rinnovate speranze. Domani, a scanso di errori, è mercoledì.

 

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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

2 Risposte to “Mai di martedì”

  1. =)

  2. Drammatico e a lieto fine (stranamente). Ben scritto as usual.CiaoGianlù

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