Madama Butterfly

farfalla blu

C’è un’insolita eccitazione, oggi in reparto. Le porte scorrevoli dell’ascensore si sono richiuse dietro il resto del mondo, facendomi piombare in un’atmosfera da grandi occasioni.Vedo un viavai concitato. Incrocio in corridoio Cristina, che sta smontando il turno di notte. Sto per chiederle cos’è successo, quando le scopro il viso arrossato e rigato di lacrime. Corre a rifugiarsi in medicheria, per trovare un po’ di privacy per il proprio pianto.
C’è un capannello rumoroso di parenti di fronte alla stanza 23. E’ evidente che è morto qualcuno. Cazzo, Barbara. E’ morta Barbara.
E’ successo, infine. Troppo presto. O troppo tardi. Ha ventotto anni, Barbara. Aveva.
Barbara aveva la sclerodermia. Una malattia che le aveva indurito la pelle e aveva reso una corazza i suoi polmoni, il suo cuore, il suo esofago, il suo intestino.
Barbara respirava attaccata all’ossigeno e mangiava attraverso un tubo innestato nel suo addome. Era un mostro pieno di sonde e cateteri. Una volta era una bella ragazza. Una gran bella ragazza bionda, con dolci occhi azzurri innocenti. Gli stessi occhi di suo fratello Paolo, che la veniva a trovare in reparto, e che aveva fatto innamorare l’infermiera Cristina trafiggendola col suo sguardo color del mare.
Una volta Barbara mi ha fatto vedere una sua vecchia foto. “Questa ero io, prima di diventare brutta.” E ha sorriso. Con gli occhi, perché la bocca era già prigioniera del guscio immobile che le riduceva la faccia ad una maschera fissa e il corpo a un manichino ingessato.
Era sposata, Barbara. Ma il marito, quando si era ammalata, se l’era data a gambe. Non l’abbiamo mai visto, in reparto. Mai. Non c’è nemmeno adesso, ci scommetto. Tanto ora Barbara non l’avrebbe voluto.
Era molto dignitosa Barbara. Era fiera ed indomita. Non l’ho mai vista piangere, o scoraggiarsi. Dio sa se ne aveva motivo.
L’ho conosciuta quattro anni fa, quando la sua malattia non era ancora molto grave. Io facevo il tirocinio, e mi aggiravo per il reparto come un vampiro, cercando di imparare a fare i prelievi.
Renata, la caposala, mi aveva detto, in un impulso protettivo: “Lascia stare Barbara. Faccio io .” Ma Barbara, risoluta, l’aveva contraddetta. “ Vieni, vieni . Se impari a fare i prelievi a me, sei a cavallo. Ho la pelle più dura del marmo. E un’unica vena decente, qui sotto. “ Mi aveva offerto l’avambraccio con gesto di sfida. Ed io, tremando di paura, avevo infilato un butterfly sottile nell’unica venuzza della temeraria. Era andata bene, quella volta. Il coraggio di Barbara è sempre stato contagioso.
A casa ho un quadro che Barbara mi ha regalato, con tanto di dedica e firma. E’ una tela con delle enormi farfalle dai colori vivaci. L’ha dipinto coi piedi, quando le sue mani erano già aggredite violentemente dalla malattia: alcune falangi erano amputate e le dita erano irrigidite in una posa innaturale e inefficace. Così si era messa ad usare i piedi, parzialmente risparmiati dall’inabilità. Barbara ha sempre avuto una gran fantasia e dei bei colori nella mente. Credo che altrimenti le sarebbe stato impossibile vivere nelle condizioni crudeli che il destino le aveva riservato.
Tutta la rabbia e la fragilità cui aveva diritto Barbara, se le sono prese i suoi famigliari.
Sua madre piangeva in continuazione, lamentandosi della ria sorte che l’aveva resa una donna sola, abbandonata dal marito, con una figlia malata. Sono certa che, in qualche modo, ritenesse responsabile Barbara di quell’abbandono e della sparizione del genero. Barbara non ne aveva mai parlato, ma io leggevo nei suoi occhi il dolore e la delusione, quando sua madre ci offriva lo spettacolo della sua debolezza.
Paolo, il fratello, era pieno di diffidenza rancorosa. Noi medici non capivamo un tubo. Le cure non servivano a niente. Sua sorella peggiorava a vista d’occhio, e noi la riempivamo solo di assurde speranze. Fate qualcosa, cazzo. Studiate, salvatela. Chissà com’è arrabbiato, oggi, Paolo. E non c’è nemmeno Barbara che possa calmarlo. Perché lei sola era in grado di consolare la madre e rincuorare il fratello.
Barbara si era accorta subito che Cristina aveva un debole per Paolo. Le premure dell’infermiera si intensificavano quando suo fratello era nei paraggi del suo letto d’ospedale. E Paolo era debole, e bisognoso d’affetto e di sostegno. Non so quando si sono innamorati. Ma la prima volta devono essersi baciati furtivamente durante una delle innumerevoli nottate che Paolo aveva passato vegliando il corpo malato di sua sorella. E stanotte , quando Barbara se n’è andata, c’era Cristina, di turno. E Paolo era lì. L’ha lasciato in buone mani. Il suo cuore era indurito fuori, ma tenero come burro dentro.
Mi piace pensarla mentre finalmente vola, libera come le sue farfalle.
 farfalla
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

2 Risposte to “Madama Butterfly”

  1. Aveva dei bei colori nella mente.
    Toccante questo tuo racconto -penso autobiografico- scritto molto bene, con proprietà, eppure lascia spazio all’emozione. Un’amica G.L. mi ha detto sei medico. Già una “butterfly” non tutti sanno cosa sia. Buon weekend. Chiara

  2. Mi sono commossa.
    Quanto è bella Barbara.. e che lezione di vita..

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