L’anima nell’ombra

le professeur

Quando aprii la porta, trovai Franco sulla soglia. Era in ciabatte e pigiama, maledizione.
“Non ce l’ho fatta, ad andare al lavoro.” Fissò un punto lontano, oltre me.
“Ti manderanno il medico fiscale, gli stronzi.”
“Già fatto. E’ appena andato via. Mi ha confermato la malattia. Ha detto che sono messo male.” Rise, di una straziante risata amara. Era davvero messo male, l’amore mio. L’energia vitale sembrava averlo abbandonato per sempre, trasformandolo in una marionetta floscia senza fili.
“Peccato che tu non sia riuscito ad andare. Gliela dai vinta ancora una volta. Non è giusto.” Lo dissi più a me stessa che a Franco. Lo osservai strascicare i piedi verso la camera da letto e pensai quanto le sventure degli ultimi tempi avessero piegato il suo portamento fiero. Franco era alto e bello. Ora era solo bello, ma la sua disperazione era inestetica e violenta.
Sul tavolo della cucina trovai un portacenere pieno di mozziconi e un libro aperto e fitto di sottolineature. Gli occhiali di Franco dimenticati sul “ Simposio “di Platone mi commossero fino alle lacrime.
“Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sognino i filosofi”. Chissà se Franco sognava ancora, nel segreto della sua mente ormai impervia. A che gli era servita, a che gli serviva la sua dannata filosofia?
Se almeno avesse insegnato matematica, tutto questo non sarebbe successo.
Lei avrebbe incolonnato numeri su un quaderno, e non avrebbe cercato di incontrare i pensieri vagabondi negli occhi scuri di Franco. Sì, doveva essere andata così. Una domanda innocente sui misteri del mondo ne aveva probabilmente trascinate altre, più maliziose, su diversi e più accessibili misteri. “Dove abiti?” “Ti piace Schöpenauer?” “Vuoi un caffè?”. Eppure io non lo credevo capace di dolo. Quella di Franco era una seduttività naturale, arricchita dal fascino dell’inconsapevolezza. Era impossibile non rimanerne soggiogati, a diciotto come a quarant’anni. A me era successo e succedeva ancora, anche adesso che l’infamia della pubblica esecrazione lo voleva stupratore di minorenni ed educatore indegno.
Ne ero certa, anzi certissima: era lei che si era innamorata di lui, e non solo per recitare il copione scontato della giovane allieva sedotta dal suo professore. Non c’era nessuno steccato a dividere Franco dalle persone: non l’età, non il ruolo, non la buona educazione. Lui abbracciava e si faceva abbracciare dal mondo. Anche lei non poteva non averlo capito.
Perché, allora, ferire la sua innocenza col sospetto? Perché tramutare la luce dell’amore nel buio dell’astio e della vendetta?
A quanto pare era andata dalla madre a piangere bugie e quella era finita dritta come un fuso in presidenza. “Il Prof. Castelli molesta mia figlia”. Vent’anni di carriera distrutti da una maldicenza improvvisata e crudele. Il preside aveva usato poche cautele, nel comunicargli una sentenza emessa prima del processo. “ Ho inviato una segnalazione al Provveditorato. Ma per il momento, in attesa di sviluppi, la invito caldamente a non presentarsi più a scuola.”
Lui aveva protestato fievolmente, con la debolezza tipica degli innocenti.
“ Ma come faccio? Non sono neppure arrivato a metà programma… Fra due mesi c’è la maturità.”
Il preside aveva tagliato corto. “Non credo lei abbia i titoli per portare nessuno alla maturità. Si metta in malattia, o la segnalazione la faccio direttamente alla Polizia.”
Ma il peggio era arrivato dopo: le schiene indignate dei colleghi in sala professori, il telefono muto per settimane e settimane.
E lui si era ammalato davvero. Lo sapevo bene io, che lo cullavo come un bambino tutte le notti, fra le mie braccia. Si disperava soprattutto per non aver la forza di lottare. Piangeva a dirotto, e pillole di ogni colore gli davano solo il beneficio di un sonno effimero che lo strappava alla realtà ma non al dolore. Appena sveglio, non mi riconosceva; mi guardava senza vedermi e diceva di non rammentare chi fosse e dove fosse. Poi, improvvisamente, scoppiava a piangere e diceva il nome di lei, come si chiama una sciagura. Ricordava. “Anna. Anna, perché mi hai fatto questo?”
Un giorno, rabbiosamente, appiccicai un post-it sul frigo. A volte Franco si alzava per bere un bicchiere di latte. Si trascinava come un sonnambulo in cucina. “ Mi chiamo Sara” scrissi sul post-it. “ Ricordati che Sara ti vuole bene.”
Andai in camera e lo trovai disteso sul letto, come sempre. Non rammentavo più il tempo in cui Franco era andato per il mondo con le sue gambe. Era adagiato sul copriletto, vestito e con le ciabatte, un braccio ripiegato ad angolo retto a coprire gli occhi. Sapevo che non dormiva, ma si proteggeva soltanto dalla ferita della luce.
“Sono stata in chiesa e ho pregato per noi” gli dissi con voce atona. Non era vero, naturalmente. Avevo pregato solo  per lui, chiedendo stupidi baratti e accendendo inutili ceri. Avevo fatto un fioretto vanamente masochista.  “Dio, guariscilo. Se lo guarisci lo lascio, te lo prometto. Se torna il Franco di un tempo, rinuncerò a lui.” Qualunque privazione  mi pareva più sopportabile di quella cui le circostanze mi obbligavano attualmente. Franco non mi apparteneva, perché non apparteneva più a se stesso.
“Dio non esiste” mi rispose in soffio, celato dal nascondiglio del suo braccio-schermo.
“Dio esiste, quant’è vero che tu starai meglio” gli risposi, ma non convincevo nemmeno me stessa.
Poi crollai sul letto vicino a Franco, piombando subitaneamente in un sonno senza sogni.
Mi svegliò un tonfo terribile. In cucina trovai una sedia rovesciata e la finestra aperta.
I miei occhi non si rassegnavano alla vista. Sul frigo, c’era un altro post-it. “Sara, tu sei la mia anima alla luce”.
 
 Depressione
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

3 Risposte to “L’anima nell’ombra”

  1. però sapeva volare, ne sono certa.

  2. Ogni forma d’amore
    non può essere mai giudicata
    da nessuno.

    Il rispetto del silenzio
    ha una voce
    che solo due cuori,
    due su tutti quelli esistenti al momento sulla Terra,
    possono udire.

    Fede

  3. Le calunnie quando si mescolano agli psicofarmaci possono provocare questo ed altro. D’accordo è un racconto, un bel racconto ben scritto, fra l’altro ma purtroppo rispecchia molto alcuni fatti di cronaca su quell’onda. C’è da avere paura dei ragazzi ormai, altro che fare gli insegnanti. E’ diventato un lavoro pericoloso e più avvertono il loro impegno come una vocazione -e dovrebbe essere così- e più cadono in situazioni simili. Brava Diana, complimenti.
    Gianlu

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