L’amore morbido

gelato

Aveva scelto un’isola. Ci si sentiva lei, un’isola, un lembo di carne bruna a galleggiare nel blu della solitudine. Non si sentiva neppure parte di un arcipelago; gli altri stavano a debita distanza.
Paolo le aveva urlato un “buone vacanze” rabbioso nella cornetta, che suonava più come una maledizione che come un augurio. Ma Giulia  quello scampolo di ferie se l’era proprio meritato, e intendeva goderselo senza sensi di colpa e senza rimpianti. Che i problemi rimanessero a sedimentare sulla terraferma, come i brutti pensieri e le persone che l’ancoravano alla routine e alla mancanza di gioia e fantasia.
Sull’isola c’era una soluzione per ogni umore e necessità: una cala riparata dal vento, col mare tranquillo,  quando sull’altro versante imperversavano flutti impetuosi , uno scoglio assolato e solitario o una pineta ombrosa.
E poi – incredibilmente- si sentiva leggera e libera come un gabbiano. Aveva smesso di scrutarsi criticamente il corpo pesante, flaccido e bianco. C’erano altre donne come lei (tedesche?), gioiosamente grasse e noncuranti, garrule e ridenti.
Si sentiva in armonia con la natura e piena di energia. Si muoveva agilmente sui sentieri accidentati per il mare, e si lasciava sgusciare dagli scogli all’acqua con insospettabile levità. In mare, poi, il peso del suo corpo informe smetteva di essere un cruccio: si vedeva e si sentiva magra!
Oh, se avesse potuto vivere lì per sempre, in un’eterna inconsistente estate!
I gelati erano un altro sintomo di felicità, e non il solito disperato surrogato affettivo. Se ne concedeva di enormi, a sera, sulla piazzetta principale del paese, come un premio di freschezza e refrigerio.
Il cameriere della gelateria era un furetto smilzo e svelto, con due occhi penetranti e curiosi. Era magrissimo, e lei lo trovò subito bellissimo.
“E’ un miracolo” le disse, con un sorriso, la seconda volta.
“ Un miracolo? “ si meravigliò lei, restituendogli una luce carezzevole nello sguardo.
“E’ un miracolo che una bella donna come te sia sola, e che io possa avere l’onore di servirti.” Scherzava, cerimonioso, ma lei gli avrebbe perdonato qualsiasi adulazione.
“Prendi la specialità della casa” , le suggerì, indicando in una foto un trionfo di frutta e panna montata . “ Tranquilla, so come fanno i gelati, ed è tutto genuino e freschissimo.”
“ Mi sa che tu manco li assaggi, i gelati” lo canzonò Giulia, osservando il suo viso ascetico e le sue ginocchia aguzze. Gli ballavano i pantaloni . Dio, quant’era carino!” Mi sa che ti nutri di puro spirito!” .
Lui ebbe un lampo folle nello sguardo e annuì. “ Sì, mi nutro d’amore come Gesù. E’ d’amore che voglio cibarmi, come Nostro Signore” .
Lei sentì un’ inspiegabile attrazione anche per quella rivelazione di fanatismo.
“Quest’isola mi dà la pace” soggiunse lui, senza perdere l’afflato mistico. “Ne ho girati tanti, di posti, sai? Ma qui mi fermerò , credo, oltre settembre. A costo di vivere in una caverna. “ Lei gli credette, perché lesse la sua anima sincera oltre le apparenze spigolose. Era tanto che non trovava un uomo così accogliente. “ Anch’io mi fermerei qui, e non avrei più bisogno del cibo”. Alle labbra le giunsero parole mielate di cui non si vergognò. Dopo un po’ lui depositò il vassoio e si sedette al tavolino con lei, con allegra incoscienza. “ E il lavoro? “ gli chiese lei, preoccupata. “ Se ti licenziano poi come fai a rimanere qui?” . Lui alzò le spalle, ridendo. “Sono stato bravo, e ho già servito tutti i clienti. La padrona mi ha assunto perché sono velocissimo.”
Quando Giulia tornò, la sera successiva, lui le portò un ricamo a cuore di cioccolato fuso sulle palline di gelato, e un’iniziale – la G- di sciroppo d’amarene.
“Il cioccolato è un regalo, perché ti piace. Ma non dovresti mangiarlo, sai? Non è puro fondente, al cento per cento”. Per quello sguardo e per quelle mani sottili,  Giulia avrebbe potuto diventare anoressica. “ G come Gesù. O come Giulia” mormorò, passandosi la lingua sulle labbra accese dallo sciroppo. Era in bilico fra golosità e rinuncia, come al solito.
“ G come Giuseppe. Avrei voglia di mangiare te, stasera. Mi permetteresti di farlo?”
Lei ricamò un ricciolo di panna, l’ultimo, sul tovagliolo. Scrisse “sì”, e si preparò a godere le rinunce future, in cambio di una magnifica e definitiva scorpacciata. Sapeva con certezza che a casa non sarebbe più tornata.
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

Una Risposta to “L’amore morbido”

  1. “e rinuncia, come al solito.”
    Piacevole e originale anche questo. vedo che adesso con le immagini vai sicura. Sono contenta.
    Un bacione
    G.L.

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