La vita in fumo

Il fastidioso pigolio del cicalino mi precipita da un gentile sogno ovattato a una realtà sgradevole come un incubo. Peccato, la guardia era stata finora insperatamente tranquilla, così tranquilla da farmi abbracciare Morfeo con grande trasporto. “Sono l’internista di guardia “ biascico nel telefono soffocando a stento uno sbadiglio, e non dico nemmeno il mio nome, all’ignoto infermiere di turno. Del resto, la mia identità non ha molta importanza: a lui importa solo ch’io sia un dottore, e che mi schiodi dal letto in caso di bisogno“ "Che c’è?”
“Dottoré , è la Maltagliati” Non lo sfiora il dubbio ch’io non conosca la Maltagliati. Non c’è nemmeno bisogno di dire diagnosi e sintomi contingenti. Ma io glieli domando lo stesso. Non mi piace dare nulla per scontato, neppure la Maltagliati. “ Qual è il problema?” chiedo, e cerco di mettere una nota di curiosità nella mia voce arrochita dal sonno.
“Solito, dottoré. Ha dolore e non dorme.”
“Non ha nessuna terapia al bisogno?” Domanda retorica. E infatti: “Già fatta, dottoré.”
“ Cosa?”
 Snocciola i farmaci propinati in una svogliata litania: “ Unafialadicontramal, untavordadueemezzo, quindicigoccedilaroxyl,unafialaditoradol, unneurontindatrecento…” “ Vado di talofen?” suggerisce, scazzato. Il Talofen non è esattamente un antidolorifico, ma una farmacologica botta in testa che l’infermiere di guardia ha voglia di assestare alla paziente impaziente, dolorante, insonne e scampanellante.
“Aspetti, vengo a vederla”. Infilo zoccoli e camice e sono già sveglia a sufficienza per maledire mentalmente la Maltagliati e la sua insonnia.
E mentre scendo in Diabetologia, luogo di degenza e di dolore per la Maltagliati, impreco anche contro i miei colleghi, che privano del sonno e della pace una paziente amputata di entrambe le gambe. Io la conosco un po’, la Maltagliati. La sua figura in carrozzina , sulla soglia del reparto, mi è famigliare quanto la medicheria o la macchinetta del caffé. La Maltagliati in ospedale si sta consumando la vita e le gambe, che le stanno tagliando un pezzetto per volta. Ha il diabete, mangia, beve e fuma. Basta questo a giustificare dolorose complicazioni? Basta , almeno, a spiegare la “cattiveria” della Maltagliati, una donna scostante e lamentosa, cui la malattia  ha indurito non  solo le arterie. Mi saluta dalla carrozzina; si sta accendendo l’ennesima sigaretta, proprio sotto al cartello “Divieto di fumo”. “ Non riesco a dormire”, mi dice, con la sua voce roca e triste.
“ Lo so. Son qui per questo.” Mi scappa un sorriso involontario (magari, vedendomi sorridere, s’innervosisce di più.). Invece no: mi tende il pacchetto di Malboro, in offerta muta.
Ammicco verso il cartello di divieto, scuotendo la testa.
 “ Sono già scappati i buoi dalla stalla, dottoressa. Mi lasci almeno l’ultimo piacere del condannato a morte.” E’ lucidamente sarcastica.
“ Non vedo nessun plotone d’esecuzione, se non quello che si sta allestendo col suo attivo contributo”. Mentre le faccio la morale, mi vergogno un po’. Sappiamo entrambe che ha ragione lei, fra noi due.
“Ho litigato con mia figlia. “ lo dice con tono di sfida, mi pare. Ha gli stessi occhi pungenti di mia madre. E anche la sua aggressività. E’ per questo che ho già detto all’infermiere di preparare una fiala di morfina. Vorrei sedare il dolore della Maltagliati, quello di sua figlia, il mio, quello di mia madre. Vorrei sedare il dolore del mondo. Se la gente sapesse le reali motivazioni delle mie scelte terapeutiche…Mi avrebbero già radiato dall’ordine dei medici. Ma non so se basta la morfina, in questo caso.
“Perché ha litigato con sua figlia?”.
“ “Non mi vuole più a casa, la stronza”.
“ Non ci credo” mi esce di getto, come un’ autodifesa accorata. L’ho vista spesso, la figlia. Stesso sguardo  triste, stessi modi bruschi. Ma ne ho indovinato le lacrime. Deve essere  disperata, annientata da questa madre ostinatamente autodistruttiva. (Nel frattempo è arrivato l’infermiere; di soppiatto, come un ladro, le ha scoperto un braccio e iniettato sottocute la fialetta magica).
“ Sarà stanca, sua figlia. Non dev’essere facile vivere con lei.” Proseguo la mia debole difesa d’ufficio delle figlie oppresse da madri ingombranti.
“ No, è stanca perché lavora troppo ed è stressata, non per colpa mia. E’ancora precaria, a quarant’anni, e non ce la fa ad arrivare a fine mese. Se non ci fosse la mia pensione d’invalidità, col cavolo che riuscirebbe a tirare avanti.”
 “ E lei pensa che sia colpa sua?”
“ Ovvio che no.” Ride, amaro.” E’ colpa della barbara società.”
“ Immagino che lei si sia guardata bene dal compatirla”.
“Certo che non lo faccio. Se no si lascia andare, ed è la fine. Ma lei è forte, sa? E’ una lottatrice nata. Anche con me. Le do del filo da torcere, ma mi tiene testa. “ La voce assume una tonalità   d’orgoglio che la figlia non avrà mai il bene di sentire. Chissà: magari anche mia madre parla bene di me, in mia assenza.
“ Mi sta venendo sonno. Sto meglio” Uno sbadiglio impudico sottolinea l’affermazione. Santa morfina!
“ L’accompagno a letto, allora”. Spingo la carrozzina della Maltagliati, incurante delle tacite proteste dell’infermiere, che è sbucato, sollecito, dalla medicheria, per darmi manforte.
La guardo saltare dalla carrozzina al letto con agilità insospettata, facendo forza sui suoi arti non dimezzati.
“ Dottoressa…”
“Sì?”
“Le posso chiedere un ultimo favore?”
“ Mi dica”
“ Me la dà una grattatina al piede?” . Il piede non c’è più, ma lo sente ancora. Sindrome dell’arto fantasma, dicono i sacri testi. Le do un’energica strofinata al moncone.
“Grazie”
“ Grazie a lei” : sono sincera.
 
 
 
 
 
 
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

5 Risposte to “La vita in fumo”

  1. Ciauz…volevo invitarti a visitare il nostro forum di grafica…lì potrai richiedere template e video personalizzati,
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    A presto…spero
    …Souvre…

  2. Momenti di lavoro, da te ottimamente esposti, che ti arricchiscono quando doni e che inconsciamente ti appesantiscono
    intimamente nel constatare la sofferenza della gente.

    Complimenti!

    Un saluto. Mimmo

  3. Carissima,
    ti ho letto ieri e mi sei piaciuta tanto. Hai questa sensibilità ben “incrociata” con il tuo lavoro di medico. Medico vero, medico umano, medico che si mette anche dalla parte del paziente.
    Ti ammiro molto.
    Gianlù

  4. che bello. e che disagio, al contempo.
    e che dolore e quanta rabbia.
    e arriva tutto e tutto da qualche parte converge verso cosa non so dire.
    come un lungo, doloroso graffio.

  5. Sapevo che l’avrei ritrovata. Non ci crederai ma sono venuta a cercarla volutamente. Non si può dire “bello” o “brutto” di un pezzo di cuore come questo. Si può solo leggere e, silenziosi, andarsene più ricchi.
    Grazie.

    clelia

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