La “mia” memoria

Che mia nonna fosse ebrea rimase un segreto per molti anni. Lei se lo portò nella tomba, in un estremo istinto di protezione della progenie.
Di madre in figlia l’ebraismo è stato tramandato come una colpa da nascondere, dimostrata da un’inquietante serie di indizi, collezionati in un’investigazione retrospettiva piuttosto pericolosa e inopportuna.
Alcuni erano dati biografici oggettivi, appena camuffati da goffi tentativi di manipolazione estemporanea.
Sui documenti, resi illeggibili da cancellazioni e correzioni degne di un odierno clandestino albanese, c’era scritto che era nata a Varsavia (nel ghetto?) e che si chiamava Tobias.
Quel cognome scomodo sulle carte venne storpiato in Tubiaz, e Varsavia diventò Kiev, dove mia nonna volentieri ammetteva di aver vissuto per molti anni della sua misteriosa infanzia.
Dei suoi parenti poco raccontava : sapevo che era di famiglia ricca e colta (il padre medico, lo zio professore universitario di matematica) e che era stata allevata da una governante bilingue alsaziana che le aveva insegnato francese e tedesco. Questa cosa della governante mi ha sempre fatto molto ridere, pensando alla mia scolarità selvaggia in una bella scuola pubblica italiana, ma è un fatto che mia nonna qualche tratto altoborghese lo conservò fino alla morte- tanto da valerle il soprannome di “zarina” per una certa abitudine a farsi servire- così come una assoluta attitudine poliglotta, che comprendeva anche un perfetto italiano, parlato senza alcuna inflessione straniera.
Della bella altolocata famiglia  altro non si poteva chiedere, perché la sua semplice evocazione scatenava nella mia ava, peraltro abitualmente poco incline alla commozione, lacrime irrefrenabili e reticenze subitanee e inspiegabili. Mi fu detto che era finita tutta in qualche campo di sterminio chissà dove: mia nonna  liquidava la faccenda con una spiegazione frettolosa su un’epurazione bolscevica di una famiglia troppo agiata e privilegiata, ed altro non era dato sapere.
Di certo non fu per improvvisa crisi mistica che mia madre, in piena era fascista, venne frettolosamente battezzata alla veneranda età di dieci anni, tanto per non dar nell’occhio…
Di quella conversione cattolica “forzata” mi è rimasta un’eredità di scetticismo che conservo gelosamente, insieme ai dubbi sulle mie radici etniche e caratteriali.
Ci sono altri elementi ad alimentare una memoria sotterranea di “shoah” perpetrata con tatuaggi indelebili, non sul braccio, ma sul DNA e sui comportamenti.
Ho capelli crespi, zigomi orientali e perfino un naso che mio nonno definiva affettuosamente “pisciaimbocca”.
Ho il ricordo indelebile di mia nonna che si tappa le orecchie urlando appena sente diffondere la musica di Wagner, o di mia madre che piange a calde lacrime su una musica struggente che accompagna la deportazione dei Finzi-Contini, nell’ultima scena del film.
Ma soprattutto ho ereditato- e di questo non vado affatto fiera, ma anzi per questo covo un rammarico inestinguibile- un certo egocentrismo cinico, un feroce istinto di sopravvivenza che mi rende spesso insensibile e sorda alle istanze di sofferenza altrui.
Mi dico spesso  che deve essere questa stessa spietatezza che fa perdere a molti israeliani la memoria delle ataviche tribolazioni patite, quando   infliggono analoghi tormenti ai palestinesi – tanto simili a loro, per tratti somatici, abitudini alimentari e bisogno di terra promessa…
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

Una Risposta to “La “mia” memoria”

  1. Sei molto saggia in questo tuo post.
    Ti comprendo molto bene, ti ho letto volentieri ma preferisco il silenzio.
    Un abbraccio
    Chiara

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