Io sono sempre stato qui

quadro_scopone_Guttuso_copiaIo sono sempre stato qui. Sempre. Sono vissuto in un’eterna penombra fumosa e l’odore stantio del bar mi è stato familiare fin dalla vita prenatale, l’ ho assorbito insieme al frastuono della briscola chiamata e delle stecche contro le palle di biliardo. Mia madre, prima di me, era dietro il bancone a far caffè e a versare bianchini; il pancione le fu zavorra nuova a gravare il suo viaggio quotidiano fra i tavoli, più che ali verso un futuro diverso oltre le sbarre invisibili di questa prigione. Qui arrivò l’ambulanza a prendersela quando si ruppero le acque- una pozza sul pavimento, indistinguibile da una grappa rovesciata da qualche avventore ubriaco.
Qui si sono consumate le mie prime amicizie, quando al ritorno da scuola mi trascinavo dietro quattro compagni, a scroccare cappuccino e brioche prima, aperitivi e patatine più tardi.
Nelle domeniche invernali, a saracinesca abbassata, la mamma mi permetteva di invitare i ragazzi a giocare a biliardo, cosicché l’aria viziata di fumo e caffè mi si è impregnata per sempre anche sugli abiti della festa.
La vita mi scorre davanti in un film in bianco e nero, cadenzato dall’orario delle consumazioni.
Alle sette ci sono i caffè degli operai, silenziosi e tristi in quel rito frettoloso che si consuma nella livida luce del primo mattino; hanno occhi cisposi e vuoti di speranze, e mi assomigliano nei gesti bruschi e prevedibili: cercare in tasca gli spiccioli per una schedina, la maleducazione di una sigaretta fra i denti consumati dal tartaro e dai preziosi sorrisi .
Gli impiegati sono più ciarlieri e fastidiosamente ottimisti, coi loro cappuccini con schiuma-senza schiuma- caldo-tiepido-evaffanculo; per loro si è dovuto cambiare il colore delle bustine di zucchero e seguire le mode intonate alle loro ridicole cravatte.
Le undici sono l’ora delle donne; pensionate e desperate housewives occupano tutti i tavolini, in crocchi rumorosi e parsimoniosi: un’ acqua minerale e un gin tonic in otto sono il prezzo per le chiacchiere muliebri, e non sai mai se sono sfaccendate o soltanto in pausa organizzativa; ma aleggiano malattie di suoceri e disfatte scolastiche dei figli, e le mille preoccupazioni spicciole che si spendono meglio in condivisione.
Di Carlina mi sono innamorato subito, perché a dispetto dell’orario rituale sfuggiva l’obbligo sociale della consumazione collettiva; mi guardava coi suoi occhi obliqui di timida, lo strabismo di Venere accentuato da una naturale ritrosia, e ordinava a bassa voce un latte macchiato, sorbendolo in sfrontata solitudine al bancone, un piede a dondolare il passeggino su cui troneggiava un bimbo moccicoso e insofferente alla sosta. Ogni giorno mi elargiva il dono di un gesto civettuolo -una ciocca di capelli ravviata all’indietro, una ripassata di lucidalabbra dopo il latte macchiato- oppure un commento mai banale sull’attualità, col sarcasmo appuntito di chi ha conosciuto antidoti alla noia più efficaci di una furtiva tappa al bar.
La indovinavo colta e curiosa, e ben poco rassegnata a una prigione casalinga che la sua bocca imbronciata, più che lo scintillio aureo all’anulare, lasciava facilmente intuire. Per ripagarla dell’oasi di frescura concessa dal suo ingresso all’aria viziata del locale, mi adoperavo in ogni modo per renderle gradita e indispensabile la sosta, adornando il bancone di fiori freschi, spargendo con noncuranza romanzi e libri di filosofia sui tavoli, preparando per lei musiche languide nel lettore CD.
Lei mi chiamava per nome – era forse l’unica a conoscerlo perché era la sola ad avermelo chiesto- e solo sulle sue labbra io riconoscevo il mio vero io, libero di andare per il mondo con le lunghe falcate dei desideri e della fantasia, e di seguirla oltre i vetri della porta, quando la lasciava ricadere dietro di sé e tornava ad essere lontana, una cliente fra tanti con la sua vita anonima e segreta.
Ci pensavano i clienti della pausa pranzo, con la loro frenesia stupida e la loro nevrotica cordialità, a riportarmi sul terreno della routine lavorativa dopo quell’evasione tanto innocente quanto pericolosa: fra toast e microonde abbrustolivano i miei pensieri trasgressivi e tornavano a crescermi radici sotto le scarpe, che mi ancoravano al linoleum consumato da centinaia di avventori distratti.
Dal pomeriggio alla sera il bar si riempiva della grossolanità maschile che tanto aveva fatto soffrire mia madre, quando un grembiale non bastava a farle scudo dagli schizzi e dalle pacche confidenziali; ora che era vecchia e ancora scendeva dall’appartamento sovrastante armata di bastone, a fare eterni conti alla cassa, non si rassegnava a vedermi condannato allo stesso destino cui aveva tentato invano di sottrarmi: le bestemmie, le liti per lo scopone scientifico o per il biliardo, le scommesse perse, le spacconate su donne e motori.
A volte mi chiedo se la mia vita sarebbe stata diversa se mio padre non avesse un giorno oltrepassato per sempre la soglia del bar per andare a comprare le sigarette da un’altra parte; credo però di sapere che il mio amore platonico per la Carlina sia scoppiato per una sua strana somiglianza con quella donna coraggiosa e sfortunata che di questo bar ha fatto il suo regno e la sua prigione.
Oggi c’erano le mie due donne, a rendermi particolarmente fragile e indifeso.
Carlina aveva fatto una scappata fuori orario, a ridosso della chiusura, per raccontarmi di un colloquio di lavoro che aveva avuto buon esito: l’avevano assunta a tempo indeterminato e avrebbe cominciato la settimana successiva, in un’azienda fuori città. Insomma, l’avevo persa alle nostre schermaglie quotidiane, ed era venuta a dirmi addio.
Mia madre, invece, stava chiudendo i conti alla cassa, e mi supervisionava da lontano, come un comandante sulla plancia.
L’avventore non sembrava diverso dagli altri, o per lo meno non aveva nessuna caratteristica fisica o nessun atteggiamento che potesse segnalarmi la sua potenziale pericolosità. Era una faccia nota- questo sì- ma era un viso fra i tanti che la mia memoria fotografica aveva archiviato in modo automatico, senza annotazioni su tic o abitudini particolari. Mi ha sbarrato il passo all’improvviso, mentre mi apprestavo a riordinare i tavoli e cominciavo a tirare su le sedie per l’ultima passata al pavimento.
Prima di quel momento le minacce del mondo fuori erano sempre state attutite dalla consuetudine; non conoscevo pericoli, mi sentivo protetto dalle mie quattro mura.
Ma quelle quattro mura, e tutta la vita che vi stava appesa, quell’uomo ha minacciato, appunto, di togliermele; lo ha fatto senza tanti preamboli, puntandomi la canna fredda di una pistola in mezzo alle scapole con la stessa disinvoltura con cui poco prima aveva ordinato un Aperol, e chiedendomi un pizzo che non potevo pagare.
E’ stato lo stupore, più che il coraggio o la disperazione, a farmi reagire. Era tutto così assurdamente imprevedibile e imprevisto: Carlina che spariva al di là dei miei sogni, il regno della mamma in fiamme come Roma che brucia sotto gli occhi di Nerone…
Ora sono qui per terra, e il rosso del mio sangue si confonde con quello del linoleum ( è solo una macchia un po’ più scura, chissà se verrà mai via). Sono ancora qui. Sono sempre stato qui.

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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

2 Risposte to “Io sono sempre stato qui”

  1. Una bella pagina che merita di essere letta e commentata con il garbo che scorre in queste righe.Una cronaca nera che scava nell'anima.Un bello scrivere e non solo uno scrivere bene.Complimenti!Gianlù

  2. Ciao, vedi se ti può interessare questo concorso letterario che premia il vincitore della sezione inedita con la pubblicazione gratuita da parte di una casa editrice e gli altri con campagne pubblicitarie.Il concorso è organizzato da Recensione Libro e questo è il linkhttp://www.recensionelibro.it/concorso-letterario-autore-di-te-stesso-premio-nazionale-campi-flegrei.htmlCiao

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