INSOMMA

bacon-autoritratto-1971Non ricordo quale fosse il suo vero nome. Il fatto  è che lì al Cottolengo, dove soggiornava ormai da tempo immemorabile, un  nome non ce l’aveva mai avuto . Solo il soprannome, crudele come la contingenza che l’aveva  generato. Il sig. Insomma era un ospite di quel cronicario pieno di derelitti  già prima ch’io vi capitassi, sospinto da un destino moderatamente maligno e dalle mie prime necessità professionali. Ero fresco di laurea in medicina e ansioso di sperimentare le mie potenzialità cliniche, ancora convinto della possibilità di salvare il mondo, oltre  me stesso.

Certo è che il posto, anche agli occhi di un inguaribile idealista qual ero io al tempo, sembrava davvero un girone dantesco, pieno com’era di sofferenza visibile e straziata, e abitato da creature uscite da uno dei migliori incubi di Bosch.

In poco tempo mi ero abituato a tollerare quell’incredibile campionario di afflizioni sublimando l’emozione procurata dalla mia sensibilità ancora virginale in interesse scientifico e furore nosografico; non c’era patologia rara che non fosse passata di lì, stimolando la mia curiosità di diagnosta e alimentando la mia impotenza terapeutica: quello era il regno degli inguaribili, come ben sapevano sia i colleghi degli ospedali vicini, solerti nell’invio dei loro casi intrattabili, sia i parenti dei malcapitati pazienti, cui veniva suggerito il Cottolengo come approdo definitivo, una sorta di porto tranquillo nel mare procelloso della comune intolleranza .

 Il Sig. Insomma, in mezzo a quell’umanità sghemba e variamente acciaccata, era gravato da un’inabilità imperfetta perfino nei suoi esiti, non abbastanza malato fra gli insani, e tuttavia ugualmente abbandonato come una casa disabitata in un villaggio terremotato. Credo che fosse lì perché nessuno al mondo aveva potuto occuparsi di lui, dopo la disgrazia. Non c’era una madre che gli facesse visita, e neppure amici solleciti o conoscenti generosi. Se ne stava tutto il giorno su una carrozzina, un poco pencolante verso il lato risparmiato dalla paresi – il destro- con l’unico residuo piacere dei condannati a morte: un’eterna sigaretta penzolante dalle labbra storte, e la forza residua del braccio destro sufficiente a procurare un viavai fra la bocca e il portacenere. Gli esiti di un violento trauma cranico erano visibili in quell’inerte stortura ma soprattutto in una completa afasia che gli aveva crudelmente azzerato le possibilità di comunicazione verbale. Il Sig. Insomma aveva dimezzato i gesti e perso le parole. Tutte, tranne una: insomma. A quell’unica parola superstite,  Luigi -un nome glielo diedi, infine- affidava tutta la propria gamma espressiva, attribuendo a quel lemma passepartout infinite sfumature semantiche. I suoi insomma erano al contempo domanda e risposta, avverbio e interiezione, mugolii disperati o grugniti di soddisfazione, sospiri di desiderio o sbadigli di noia.

 Arrivato ultimo dopo una moltitudine di camici bianchi più o meno volenterosi , anch’io avevo in ogni modo tentato di distoglierlo da quell’esasperante monotonia linguistica, sottoponendolo ad ogni possibile domanda o provocazione, ma non c’era stato nulla da fare: Luigi rimaneva chiuso nella prigione dei suoi insomma, dalla quale irrideva gli inani sforzi riabilitativi avvolto da una nuvola di fumo.

Un mattino in cui il mio giro visite (un mutilato di guerra, una bambina Down, un paraplegico, una donna in coma ) mi aveva fatto pensare alla vita come a una partita a dadi in cui si perde sempre, me ne uscii al cospetto di Luigi  con un’espressione da croupier distratto. “ Les jeux sont faits”, dissi, aggiustandogli le coperte con finta allegria.  “ Rien ne va plus”, mi rispose, con lo sguardo improvvisamente acceso da una folle speranza. Fu come premere il grilletto di  un mitra: le parole gli giunsero a raffica, con l’impeto dei desideri troppo a lungo a trattenuti, fino a scorrere con impensabile fluidità e precisione. Luigi parlava di nuovo. Benissimo, e in francese.

La notizia del “miracolo” fece immediatamente il giro del Cottolengo; ben presto si formò una fila di curiosi sulla soglia della stanza di Insomma, che concionava come Napoleone di ritorno da una battaglia vittoriosa.

A me, che gli avevo fortunosamente regalato la chance di una nuova vita sociale, Luigi riservò il privilegio di un racconto speciale, rievocando la sua vita precedente che per tanto tempo era rimasta nell’ombra.

Luigi era stato portiere di notte all’hotel Gallia. Il suo era un osservatorio privilegiato di scambi ed intrighi d’alto livello. Tutti i personaggi di spicco della finanza internazionale e della politica, dello spettacolo e del malaffare, transitavano per quell’albergo, quando passavano da Milano. Al Gallia si  consumavano incontri fondamentali, di quelli che lasciano tracce indelebili nelle lenzuola della Storia. Luigi teneva al suo lavoro notturno per il riparo economico che offriva, a fronte di una semplice inversione del ritmo sonno-veglia, ma soprattutto perché gli permetteva di godere, dietro alla conciergerie, dello spettacolo della romanzesca vita altrui.  A quello spettacolo, cui assisteva con bilanciata curiosità e ineffabile discrezione, non avrebbe rinunciato per nulla al mondo, e per questo teneva un comportamento inappuntabile e sottilmente compiacente, come pensava fosse richiesto al suo ruolo. Era sempre pronto, a seconda dei committenti, a chiudere un occhio o ad aguzzare la vista,  a rispondere in tre lingue (ah, quel francese provvidenziale riserva linguistica nel suo cervello lesionato!) o a tacere omertosamente.

Fu quella sua disponibilità decentemente celata a farne un facile bersaglio dei servizi segreti, che lo arruolarono fra i loro ranghi con tanto di profumato compenso a  corredo di pericolose quanto vaghe “missioni”.

Era felice: spiava come d’abitudine, ma ora lo pagavano pure!

 Ma una notte qualcosa andò storto; il buio del mistero calò per sempre insieme alla mazzata che si abbatté sulla testa di Luigi lasciandolo, privo di sensi e con un nuovo anonimo destino, sul selciato di una  strada di Quarto Oggiaro, ben lontano dal centro città e dall’albergo dove tanto si era speso in attività e fantasticherie.

Di Gualtiero, perché questo era il suo vero nome, ho poi riperso le tracce: qualcuno è venuto a riprenderselo.
Mi auguro che il suo silenzio non fosse stato in qualche modo monitorato a distanza, ma mi rimane la sgradevole sensazione di non avergli proprio fatto un favore.

La vita è una gran fregatura, insomma.

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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

Una Risposta to “INSOMMA”

  1. Letta in altro luogo. Riletta volentieri.
    Buona giornata
    Gianlù

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