Il cerchio (racconto orribilmente autobiografico)

Daniela era una bambina di aspetto normale. Né bassa, né alta, né magra, né grassa; aveva occhi castani e capelli en pendant, raccolti in una coda di cavallo legata da un elastico con le perline.
Sua madre la vestiva con cura ma senza eccessi leziosi o sportivi.
Daniela era dolce e tranquilla, con qualche accesso di esuberanza fisica perfettamente connaturata alla sua età . Aveva nove anni, ma le sembravano sempre troppi o troppo pochi. Anzi, troppo pochi e basta. Avrebbe voluto essere già cresciuta. Quando sua mamma usciva per la spesa, correva ad aprire l’armadio e si metteva le scarpe col tacco alto , il vestito lungo coi fiorellini piccoli e la collana di perle. Rimirandosi allo specchio si trovava proprio affascinante, e intratteneva lunghi dialoghi con un immaginario principe azzurro che la corteggiava, animandosi di vita propria accanto alla sua immagine riflessa.
Altre volte si convinceva di essere una grande ricercatrice di laboratorio, alla sua prima rivoluzionaria scoperta. Le stavano dando il Nobel, e lei ringraziava con grandi inchini.
La fantasia correva libera e felice, ma Daniela era tormentata da una realtà difficile.
 “ Che età spensierata! Goditela, finché puoi!” le dicevano gli adulti, sospirando.
A lei la sua età non sembrava spensierata proprio per niente.
Se qualcuno le avesse chiesto qual era il problema che più la assillava, Daniela avrebbe fornito una risposta davvero spiazzante: “il gioco”.
Giocare era una faccenda tutt’altro che semplice, per Daniela.
Se la questione poteva essere risolta fra le quattro mura di casa,  se la cavava perfettamente.
Era un genio dello svago solitario: componeva puzzle in tempi record, sapeva infilare collanine colorate , costruire castelli coi Lego , creare capolavori michelangioleschi col Pongo.
I guai iniziavano fuori casa, quando si avventurava nella faticosa condivisione dei suoi impulsi ludici con il gruppo di ragazzini che popolava il cortile condominiale.
La popolazione infantile era organizzata in bande scalmanate e feroci, sottoposte a ferree regole gerarchiche di appartenenza. Per Daniela non c’era verso di intrufolarsi in nessun gruppo.
Buona parte delle bambine giocavano con le bambole. Stavano ore e ore a pettinarle , vestirle, svestirle, cullarle, sporcarle, pulirle. E poi “ Signora che cosa fa da mangiare per cena? “ “ Ho letto una buona ricetta, la voglio provare.” “ Mi dia un chilo e mezzo di zucchine. E otto etti di fagioli. “ Cinquecento lire, prego. “ Che noia mortale! Nessuna di quelle mamme miniaturizzate lavorava fuori casa. Quando Daniela parlava del suo esperimento da Nobel, la guardavano con commiserazione e tornavano ad occuparsi di spese e pannolini.
Non era andata meglio con la banda dei bussolotti. Daniela si era avvicinata al gruppo con la sua cerbottana, ed era stata bersagliata da una gragnuola di proiettili di carta con l’anima di acuminati spilli. L’avevano colpita con feroce precisione sulle gambe nude.
Una volta Daniela aveva fatto perfino un tentativo con il calcio. Approfittando di un’ insperata disparità numerica fra le due squadre in campo, si era fatta avanti.
“Non vogliamo femmine! Sciò!” ma poi l’avevano messa in porta, che nessuno ci voleva stare.
Dopo il sesto gol che aveva attraversato i suoi pali, Daniela era stata estromessa con indicibile furore, della sua squadra e del giocatore in esubero che, a turno, avevano costretto a star fuori dal gioco.
Ma un giorno la fortuna sembrò improvvisamente arriderle. Un gruppo di ragazzini si era radunato attorno a Marco, che sollevava una sfera colorata come un trofeo. “Torneo ad eliminazione di pallavolo! Si gioca in cerchio. Chi fa cadere la palla esce dal gioco!” dettò le regole con gioiosa autorevolezza. “Daniela vuoi giocare anche tu? Dai, vieni!”. Daniela non poteva credere alle proprie orecchie. Era la prima volta che qualcuno la invitava in un gioco di gruppo.
Finalmente anche lei era nel cerchio.
La palla disegnava geometrie nell’aria, rimbalzando giocosamente di mano in mano.
Rideva, Daniela, rideva felice. Le scappava la pipì, ma non voleva lasciare la postazione così faticosamente conquistata in quel cerchio magico. Strinse le cosce, e si adoperò a respingere la palla a mani unite, senza farla cadere.
Marco faceva lo spiritoso, fra una respinta e l’altra. Faceva boccacce buffissime, così tutti ridevano e perdevano la concentrazione sulla palla. Era irresistibile.
A Daniela doleva la pancia. Una risata la colse di sorpresa, facendole pressione sulla vescica piena. Sentì, con crescente orrore, un rivolo di pipì colarle inesorabilmente lungo le cosce, e raccogliersi in un umiliante lago giallognolo ai suoi piedi.
 “Daniela!” Tutti la fissavano: il centro del cerchio era diventato quella pozza di paglierina ignominia. Sentì il proprio riso tramutarsi subitaneamente in un pianto di vergogna. Per lei era finita.
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

Una Risposta to “Il cerchio (racconto orribilmente autobiografico)”

  1. Vedo che mi hai copiato…noi povere bambine troppo sensibili e piscione.
    Molto bello questo racconto autobiografico. Si partecipa leggendoti.
    Un bacione.
    Gianluisa

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