Finché amore non vi separi

 
 

chagallsposa

Nel corso degli anni avrebbe avuto molte occasioni per ripensare a come sarebbe cambiata la sua vita se avesse permesso all’autista di riaccompagnarla a casa, ma quella sera non ebbe dubbi: era la sua ultima sera da ragazza, e non l’avrebbe regalata al suo ordinato futuro .
Marco aveva insistito per quell’assurda limousine nera, tuttocompreso. Lo chauffeur impettito in uniforme era compreso nel prezzo. “ Ti fai scortare fino a casa stasera, così domani non ci sono problemi a trovare la strada da casa tua alla chiesa, e non ci sono scuse per attese imbarazzanti sul sagrato.” Chissà, forse temeva fughe dell’ultimo momento, invece del suo abituale ritardo, e l’autista in limousine gli sembrava una protezione contro i colpi di testa della futura sposa.
Giulia aveva recalcitrato un poco di fronte all’auto lunga lunga, nera e un po’ iettatoria.
“ Sembra un carro funebre, Marco. Devo andare a un matrimonio, non a un funerale. A meno che non si voglia aderire al luogo comune  sul matrimonio come tomba dell’amore…. Perché non prendiamo quel side-car, che mi sembra più adatto a noi due?”
“Scommetto un milione di dollari che il tuo strascico non ci entra, nel side-car” Marco l’aveva canzonata, tagliando corto. E così, aveva vinto lui. Eccola, in una profumata sera settembrina, nel suo ultimo viaggio da single, sul carro funebre .
L’autista, davanti, guidava muto e deferente.
“Accosti qui, per favore. Ho bisogno di una boccata d’aria fresca. Faccio due passi a piedi.” Giulia bussò impulsivamente sul divisorio di vetro. Lo chauffeur  non fece una piega. Silenzioso, eseguì l’ordine: accostò.
Giulia si tolse le scarpe e assaggiò l’asfalto a piedi nudi, con un sospiro. Per l’indomani aveva scelto sandali eleganti col tacco a spillo, garantendosi un fastidio fisico che l’avrebbe distolta da più molesti pensieri. Non riusciva ad immaginarsi , nella nuova vita regolare e prevedibile che l’aspettava. Il risveglio, i pasti, il sonno. Tutto non le sarebbe più appartenuto, per una condivisione scelta una volta e sottoscritta per sempre. Avrebbe perso l’intimità più profonda a favore di uno sconosciuto, che un giorno le sarebbe diventato insopportabilmente famigliare. Oh, qualche segno di confidenza con Marco già c’era. Conosceva a memoria ogni suo neo sulla schiena, la smorfia che gli increspava le labbra negli sforzi d’attenzione, lo strabismo che lo coglieva quando pensava a cose desiderate e proibite, l’odore che aveva quando era malato… Ma- si disse-  c’era ancora mistero da sondare fra le pieghe della sua voce e la stretta delle sue mani, c’era il tempo vissuto insieme ad altri e per gli altri- gli amici, i colleghi, i parenti. Già, ma quel tempo privato si sarebbe gradualmente assottigliato, fino a diventare isola sperduta nel mare della reciproca conoscenza.
Ecco, si disse Giulia, non era la routine ad intimorirla, no. La terrorizzava, invece, l’idea della progressiva e reciproca dimestichezza, la perdita delle cautele cortesi, il cameratismo che sostituiva la tenerezza, la confusione delle identità. Si sarebbe persa in lui o si sarebbero raddoppiati, in sinergica solidarietà?
Giulia saltò al volo sul primo tram verso il centro, cercando una risposta alle sue domande nel ritmo caotico che faceva pulsare la città. Milano, nella sera di settembre, risplendeva di rinnovata animazione. Luci, traffico allegramente disordinato e coppiette in libera uscita. Se ne vedevano ovunque, ad ogni angolo, allacciate in abbracci di consuetudine o impegnate in baci estemporanei, in mezzo alla strada.
Fino a qualche giorno prima anche  lei e Marco avevano formato una di quelle coppiette.
Chissà se sarebbero usciti ancora insieme in quel modo, mano nella mano, leccando gelati e chiacchierando frivoli e lievi.
Chissà se qualcuno, osservandoli da fuori, li avrebbe invidiati, come le capitava adesso nei riguardi di quei giovani innamorati sconosciuti.
Ma lei Marco l’amava, e questa era la sua sola certezza. L’amava e avrebbe diviso la sua vita con lui, in salute e in malattia, eccetera eccetera eccetera.
Aveva letto con interesse la liturgia del matrimonio, e l’aveva assimilata con attenzione. Non capiva chi divorziava dopo essersi sposato in chiesa, quasi che il cerimoniale religioso non fosse differente dall’arido elenco di codicilli che rappresentava il contratto stretto nei matrimoni civili. Qui non c’era in ballo un solo patto di solidarietà a tempo, no. C’era un giuramento di eterna fedeltà e amore. Era per sempre, cavolo.
E per sempre l’avrebbe amato. E Marco avrebbe amato lei. La noia? Il distacco? L’incomprensione? A loro non sarebbe successo. Loro erano diversi.
E poi, Marco aveva tanti pregi ed un unico enorme difetto: la prevedibilità.
Non sopportava gli eventi accidentali, la disorganizzazione , il rischio.
Le aveva giurato: “Ti lascerò il tuo disordine, ma lo renderò un caos organizzato”.  Più una minaccia, che una promessa. Ma Giulia lo amava, e amava anche il suo rigore, la sua fermezza, le sue spalle larghe e rassicuranti. Marco era come la limousine presa a nolo per il matrimonio: solida, antiquata e maestosa.
“ Ci toglieremo lo sfizio di una bella scopata sui sedili posteriori”, pensò Giulia, sdrammatizzando l’immagine del carro funebre, mentre il 24  imboccava sferragliando via Mazzini.
All’angolo con via Cappellari, improvvisamente, li vide.
Non erano diversi dalle altre coppiette, in fondo. Questi due, però, litigavano. Ma amorosamente.
Lei era scarmigliata, aveva guance rigate di lacrime e capelli in disordine, era vitale e bellissima, mentre fendeva il marciapiede con passi concitati e distesi (aveva gambe chilometriche).
Lui le correva dietro con aria colpevole ma non rassegnata, gesticolando e urlando- così pareva.
Giulia si sporse dal finestrino, per godersi il sonoro della scena.
“ Elena! Elena, fermati, ti prego. “ Nel richiamo di lui sembrava esserci l’intensità di una contingenza particolare. E lo era, una contingenza particolare. Lui si sarebbe sposato con un’altra, l’indomani. Perché il ragazzo aveva, indubitabilmente, le fattezze di Marco.
Giulia l’aveva riconosciuto solo per gli occhi di cane bastonato e per la giacca di taglio impeccabile – non era da lui girare senza giacca, anche in piena estate. Per il resto- le urla, il gesticolare scomposto, la ragazza cui si accompagnava- Marco era irriconoscibile.
Giulia lo guardava, affascinata da quel suo aspetto inaspettatamente sconvolto, così diverso dal Marco che conosceva, tranquillo, imperturbabile, flemmatico.
“ Cosa vuoi da me? E’ finita. Finita. Kaput. “ L’Erinni dalle lunghe gambe si voltò bruscamente verso il Marco in versione stazzonata. Sembrava poco incline alla compassione. Come darle torto?
“ Elena, per favore, fermati un attimo. Calmati, ti prego. “ Cavolo, gli tremava la voce. E quello che doveva calmarsi sembrava lui.
-Non l’ho mai visto così emozionato. Perfino la voce, gli trema. Con me non è mai successo. -Giulia lo guardava, stupefatta. Ma Marco fece di peggio: pianse. Copiosamente, platealmente, in mezzo alla strada.
“ Elena, non mi lasciare. Elena…”
Elena s’incazzò. “Guarda che quello che lascia sei tu, ragazzo. Chi è che si sposa domani? Stronzo!”
“Stronzo! “ urlò anche Giulia, dal suo tram-sipario, non vista e gloriosamente inascoltata, in quel melodramma improvvisato dove la sua parte sembrava molto marginale.
Scese ad inseguire  il suo cuore , che era già balzato dal 24 in corsa, ed ora le galoppava nel petto a ritmo infernale. Improvvisamente l’estate era finita, la nebbia scendeva ad ovattare e confondere i contorni della realtà .
Giulia corse a cercare rifugio nella folla anonima di Piazza Duomo, ragazza fra i ragazzi, donna fra le donne.
“Stupida, stupida, stupida! ” tubavano i colombi.
“Elena, Elena, Elena” le rispondevano i suoi passi estranei sul sagrato.
Da dov’era uscita quella zoccola? No, lo sapeva benissimo che non era una zoccola.
In un minuto si sentiva invecchiata di anni. Ecco cos’era la maturità: un repentino passaggio  da anni spensierati e inconsapevoli ad un futuro adulto e infelice.
Le rimaneva quell’unica, assurda, persistente certezza. Lo amava, porcogiuda.
Ma quale routine, ma quale noia, ma quale consuetudine. Nemmeno in cent’anni, l’avrebbe conosciuto davvero, quello.
E così decise, ed era risoluta come mai era stata prima. “Domani lo sposo.”
 
 
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

Una Risposta to “Finché amore non vi separi”

  1. Gianluisa mi ha detto di venirti a leggere perchè il tuo stile merita!
    Debbo proprio dire che ha ragione.
    Mi sono incantata, appassionata, ti ho seguito, mi sono inviperita assieme a te, sono scesa dal tram, nella folla c’ero anch’io. Brava. Davvero molto brava!
    Ciao
    Chiara

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