Chiudo gli occhi

Senza speranza (Frida Kahlo)Sono tornata in libertà, ma non sono felice. Il mio tempo è rimasto incolore, senza ritmo. Il giorno e la notte si assomigliano. Non c’è musica che mi conforti, ma solo un fastidioso rumore di fondo, la traccia miserabile e molesta delle vite altrui. Vedo ancora grate alla mia finestra. La prigionia è stata così lunga da diventare abitudine.
Iniziò tanti anni fa, quando cominciai la mia vita con Carlo. Allora non si erano spente, in me, la curiosità e la passione: ero ancora viva. Ma la sua gelosia mi toglieva il respiro, tanto da farmi sembrare naturale la rinuncia alla felicità, in cambio di un po’ di quiete.
Lui mi cingeva di abbracci così soffocanti da negarmi il movimento. In realtà, io ero diventata inattiva molto tempo prima che le mie membra rifiutassero di obbedirmi.
Fu l’ultima mia scintilla di vita a causare la mia morte prematura: un insopprimibile impulso di ribellione decretò la mia rovina. Stavo litigando con lui, in un giorno pieno di sole e di false speranze nell’aria di primavera. Non voleva che uscissi da sola. Io urlai, piansi e mi arrabbiai. Fu una crisi ipertensiva, dissero i medici, a far rompere un’arteria fragile nel mio cervello. Un’emorragia cerebrale quasi mi uccise. Ma era stato lui, e l’omicidio era stato già più volte tentato.
Rimasi lunghi mesi in un letto d’ospedale, ad occhi chiusi e pugni serrati. Lo sentiii fingere le lacrime di un dolore che lui stesso aveva interamente provocato, e di cui ora poteva godere pienamente i frutti. Ora ero sua per sempre, avvinta  dalle catene di un’inabilità permanente. Ma dal mio stato di coma avevo il vantaggio di una consapevolezza ignorante, che selezionava solo gesti d’amore, negando tante parole inutili e menzognere. Nel mio sonno perpetuo e pesante penetravano solo le carezze  delle infermiere, i massaggi dei fisioterapisti, il canto degli uccelli e il profumo dei fiori. Il mio corpo accettava solo sogni, e viveva di un paradiso tutto suo, negando l’inferno della vita normale.
Da quella vita- più vera e piena dell’esistenza che l’aveva preceduta- fui strappata proprio da lei.
Il suo tocco gentile e la sua voce melodiosa erano già appartenuti al mio paradiso, prima che la sua tenacia mi riportasse all’inferno.
Quando riaprii gli occhi, riconobbi i muri della mia prigione. Mi avevano riportato a casa, persuasi che la riabilitazione ospedaliera, dopo un anno di tentativi apparentemente fallaci, avesse finito il suo scopo.
Gabriella era la fisioterapista che mio marito aveva assunto per proseguire i trattamenti domiciliari.
Mi sorrise, e sulle sue labbra lessi un sollievo reale. “Bentornata!” mi disse, ma poi spense subito, incolpevolmente, l’entusiasmo di quel benvenuto.
“Signor Corsini, venga! Sua moglie si è svegliata!”
E ricominciò tutto: l’orrore della sua voce profonda, la tortura di quelle mani prepotenti dai quali l’ovatta del coma mi aveva lungamente protetto. Carlo riprese subito a tormentarmi, con nuove e più feroci ossessioni, infierendo sulla mia impotenza che aveva  crudelmente rinvigorito.
Mi diceva cose terribili, ed io non potevo rispondergli. Mi chiamava pianta, o bambolotta. Si lamentava della sua mancanza di libertà, del suo bisogno d’aria e di sesso. Spesso si arrampicava sul mio letto, scostava sonde e cateteri e scopava il mio corpo inerte e indifeso, infliggendogli l’ennesima umiliazione.
In quel tormento senza fine, le visite di Gabriella erano un’isola di pace. Mi parlava dolcemente, con infinita pazienza, paga soltanto della luce che doveva intravvedere a intermittenza oltre la cortina dei miei occhi opachi. Mi muoveva le membra per ore, modellandole come plastilina cui dare nuova forma e morbidezza. E non cessava di stimolare i miei desideri, facendo appello a ricordi che non sapevo nemmeno più di aver conservato.
“ Un giorno tornerai a correre su un prato. Non vuoi sentire di nuovo l’erba che ti solletica i piedi? Spingi contro la mia mano, spingi. Ci sono ancora tante porte da aprire…”
Ma io non mi fidavo più di lei. Avevo paura che mi riconsegnasse a Carlo e alla sua violenza. Allora serravo le palpebre e apprendevo ogni cosa in silenzio. Quando Gabriella andava via e Carlo era lontano, io sgranchivo le mie estremità intorpidite e ripetevo in segreto gli esercizi che Gabriella aveva insegnato al mio corpo stanco per infondergli nuova forza.
Le visite di Gabriella erano diventate un sollievo anche per un altro motivo. Anche Carlo aveva trovato un diversivo alla sua ossessione: cominciò a focalizzare su di lei la sua attenzione, ed in breve divenne un’attenzione amorosa. Lei se la meritava: era davvero amabile, perfino per quel mostro insensibile che la sorte mi aveva destinato come marito.
Dal mio letto-prigione, li osservavo mutare gradualmente il loro rapporto: li vidi passare dalla cortesia formale e un po’ distante a una complicità via via più stretta e affettuosa. Mentre loro si avvicinavano l’uno all’altra, io trovavo più tempo per sperimentare la mia nascosta forza ritrovata.
Appena mio marito e la mia fisioterapista si appartavano a proseguire le loro schermaglie amorose, io mi dedicavo all’autoriabilitazione, gonfiando i miei muscoli atrofizzati in sforzi dolorosi e segreti. Quando Gabriella si avvicinava al mio letto per gli esercizi quotidiani, io simulavo per lei una frustrante inerzia, trincerandomi dietro uno sguardo assente e una passiva immobilità.
Carlo aveva dirottato su Gabriella le energie positive, ma non cessava di perseguitarmi, con continuità non meno onerosa che in passato. Adesso per lui ero solo un peso di cui desiderava disfarsi, e non perdeva occasione per dimostrarmi la sua insofferenza ed ostilità, incrementando in me una rabbia che dava insospettato vigore al mio impegno muscolare.
Volevo uscire dalla prigionia del mio corpo malato e del mio mondo claustrofobico, e volevo liberarmi di lui, che ne era stato l’artefice impunito.
Nei lunghi mesi di inattività e nutrizione artificiale ero andata perdendo peso, privandomi della morbidezza femminile che un tempo mi aveva reso una donna desiderabile. Spesso Carlo mi sollevava come un sacco di patate, adagiandomi senza nessuna grazia su una carrozzina leggera, su cui passavo buona parte delle mie vuote giornate, confinata in solitudine per ore e ore.
La nostra era una bella casa a due piani, che era stato oggetto di invidia di molti vicini per l’ariosità dei vani e la ricchezza degli arredi.
La disgrazia me l’aveva resa odiosamente inutile e ostile, piena com’era di barriere architettoniche e di orpelli superflui: i tappeti persiani erano ormai solo inciampi sul percorso accidentato per la mia carrozzina, l’accesso alla vasca ad idromassaggio era reso impervio da detestabili gradini, gli scaffali della libreria di noce erano pieni di libri di cui non riuscivo più a girare le pagine…
Ma – in particolare- era la scala ripida e stretta che collegava i due piani della nostra villa il vero emblema degli ostacoli rappresentati dalla mia invalidità: aveva gradini alti e pericolosi, e qualunque soggetto che ci si avventurava rischiava l’osso del collo. Mille volte maledissi la stupidità che mi aveva fatto- da sana- anteporre la vanità all’utilità: quella scala era così stretta da impedire l’installazione di un montascale, e mi condannava ad aggrapparmi a Carlo quando mi portava da un piano all’altro, incedendo pericolosamente sui gradini scricchiolanti con la sua bambolotta fra le braccia.
Ancora una volta fu la rabbia per la mia dipendenza a darmi l’idea, e il coraggio disperato per attuarla. Ogni giorno, con feroce ritualità, Carlo mi portava sulla soglia delle scale in carrozzina, poi metteva il fermo alla sedia a rotelle, si chinava su di me, mi prendeva in braccio, si avventurava sulla perfida scala, mi appoggiava sul divano del salone e risaliva a prendere la sedia a rotelle.
Avevo individuato il punto critico di quella sequenza nel momento in cui mio marito si chinava sulla carrozzella per prendermi in braccio: era un movimento che lo sbilanciava e lo rendeva vulnerabile. Agii con precisione, tempismo e la feroce determinazione maturata in anni di silenziosa sofferenza: feci leva con tutta la forza trattenuta e accumulata con la fisioterapia autarchica sulle mie gambe magre, e lo scaraventai giù dalla scala. Carlo fu fortunato: gli venne risparmiata la vendetta di un’invalidità paragonabile alla mia, perché morì sul colpo. Lo ritrovò Gabriella, che testimoniò a mio favore, rafforzando il mio alibi: mi raccolse piangente in cima alla scala, vicino alla sedia a rotelle. L’inchiesta della polizia archiviò rapidamente il caso come evento accidentale, e nessuno dubitò mai della povera moglie paraplegica.
Ora viviamo insieme, io e Gabriella. Lei continua a farmi la fisioterapia e io continuo a fingermi bambolotta. A volte mi pare di leggere una luce di sospetto nel suo sguardo, e chiudo gli occhi.
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

2 Risposte to “Chiudo gli occhi”

  1. Ti ho letta senza mai perdere un attimo l’attenzione. Mi hai catturata dalla prima riga all’ultima.
    Brava, proprio brava.
    Una narrativa sciolta, abile (ma non ci si accorge). Per me sei pronta a ecollare veramente e, già da tempo te lo dissi.
    L’illustrazione che hai scelto rende bene ma è agghiacciante. In totale sintonia.
    Un caro saluto
    Gianlù

  2. sottile il parallelo, anche qui tra la prigionia fisica (la tetraplegia incolore) e quella psicologica (gli abbracci soffocanti d’un marito ossessivo).
    e così il senso, inevitabilmente, porta a intuire quanto possa essere parimenti – se non più – devastante e subdola la seconda.
    per cui mi pare di scorgere nell’ostinazione (forse un po’ romanzata) della “bambolotta”, la quale riesce a precipitare il burattinaio giù per le scale, il compiersi dell’evasione mediante una *nonvia* di fuga.
    e infatti “chiudo gli occhi”.
    mmmm…
    anche qui, un ottimo racconto.

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