Chi mi ha visto?

occhio di Magritte
Credo di esser sempre stata ammalata d’inquietudine.
Mi pervadeva un’ansia continua, inspiegabile e sottile. Ma andavo avanti a testa bassa, convivendo con la mia costante paura di perdermi e venendo a patti con i miei desideri insoddisfatti.
Il mio vero io aveva già lanciato inascoltati segnali d’allarme, sparsi come dimenticanze strategiche sul terreno accidentato della routine: una pentola scordata sul fornello, le chiavi dimenticate nella toppa, il cellulare smarrito chissà dove.
Avevo comprato un navigatore satellitare, per rimediare almeno parzialmente al mio perenne disorientamento. Davo ascolto alla voce metallica che mi guidava e mi sarebbe piaciuto poter continuare così, svoltando a sinistra o a destra senza pensarci troppo.
Ma l’imprevisto era in agguato e non c’era fragile difesa tecnologica a  renderlo meno inevitabile.
Non so cosa mi spinse, quel giorno, a far spese in un centro commerciale. Non ho mai amato quei luoghi troppo estesi, dove l’inganno consumistico delle finte possibilità di scelta viene moltiplicato all’infinito, come un’eco stupida che rimbomba nel vuoto.
Fatto sta che l’errore lo feci, e mi costò caro. Parcheggiai l’auto nel silos a sei piani del centro, senza prender nota del mio posto auto: né la lettera, né il numero, né il colore, né il piano.
Uscii con il carrello pieno zeppo di merci inutili e non ritrovai più la mia auto. Mi trascinai il carrello su e giù per i sei piani, dalla lettera A alla G, inghiottendo fumi di scarico e uno sgomento crescente. La mia auto era color grigio metallizzato, ma la targa? Oddio, non la ricordavo.
E mentre la memoria annaspava per riafferrare quel dato così insignificante ma così indispensabile, scoprii all’improvviso che avevo smarrito il ricordo di altre tessere del mio puzzle biografico, altrettanto insignificanti e altrettanto indispensabili. Non rammentavo più il mio indirizzo, tanto meno il mio numero di telefono. Alcune immagini della mia vita mi si presentavano improvvisamente sullo schermo della mente, ma non sapevo dar loro un senso: un viso d’uomo di mezza età, dall’espressione severa e corrucciata, una donna anziana e lacrimosa, un bambino capriccioso… E poi i luoghi, ancora più estranei al mio sentire di quel momento: paesaggi urbani senza gioia, condominii alti e grigi e uffici openspace affollati e ronzanti come alveari.
La sensazione di straniamento all’inizio fu spiacevole e angosciante, poi via via sempre più lieve e inconsistente, fino a trasformarsi in un vero e proprio inspiegabile sollievo. Non ricordavo più chi ero e cosa facevo,  ma non me ne importava nulla!
Era così bello non avere più un posto dove ritornare, era come avere una vita nuova di zecca e un’insperata libertà per viverla!
Abbassai gli occhi alle mie scarpe basse- una fortuna!- frugai nel carrello alla ricerca di cibo semplice (trovai soltanto una baguette, il resto era immonda paccottiglia surgelata) e diedi le ali alla mia estemporanea ma non nuova voglia di fuga.
Trovai memoria di un gesto strano- un pollice proteso verso il mondo- e dopo un’attesa che mi parve brevissima (non avevo fretta) un camionista mi caricò e mi portò in un posto di cui non conoscevo (o non riconoscevo?) il nome.
Nel frattempo era scesa la notte, ma era una notte benigna e tiepida d’estate, che mi ammiccava con stelle luminose e brezza dolce.
Trovai una panchina del parco e la solidarietà di improvvisati compagni di viaggio. Ognuno aveva il suo giornale e il suo corredo di abiti laceri e di storie ricamate. Mi offrirono vino, e accettai grata, ma mi sentivo in colpa perché ero la sola a non aver nulla da raccontare. Ero senza passato, e non avevo nessuna voglia di ritrovarlo,  e più ascoltavo gli altri sciorinare il loro mantello di esperienze meno trovavo il coraggio di ripescare nel baule della mia recalcitrante memoria.
Mi sembrava di aver raggiunto una condizione di perfetta incoscienza, e in quella galleggiai felice per qualche giorno, avendo soltanto una vaga nozione dello scorrere del tempo per l’alternanza di albe e tramonti sempre nuovi e disuguali dai precedenti.
Sappiate che è a quello stato di grazia che mi avete strappato, riportandomi alla prigione dei miei presunti doveri. Voi, che io non conosco e che dite di amarmi. Voi, che avete per sempre violato la mia dignità facendomi frugare addosso dalla spia delle telecamere. Voi, che avete esposto al mondo quel simulacro di vita ch’era la mia precedente insensata esistenza. Con che diritto?
Voi, che non mi avete mai guardata e che ora dite di avermi visto, mi avrete ancora, prigioniera e morta.
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

2 Risposte to “Chi mi ha visto?”

  1. Madonna santa! Ho la pelle d’oca!
    E’ un testo splendido ma carico di angoscia. Strano poi quando perdi la memoria sotto shock e provi sollievo ma poi in ultimo ritorni , in un moto quasi circolare, a una sensazione frustrante e di accusa.
    Mi sembra uno dei tuoi testi migliori.
    Gianluisa

  2. Il tuo post e’ davvero stupendo.

    Ma cio’ che mi intriga non e’ la sua (ovvia) qualita’ letteraria. E’ il tema, piuttosto. Una parte abbondante della letteratura si e’ occupata della memoria (Proust, ad esempio), ma forse, come suggerisci, il sentiero per la grazia passa dallo

    —-> SMEMORIZZARE.

    La memoria va in tandem con l’Ego.
    Sarei quasi tentato di dire che la memoria e’ la sostanza dell’Ego.

    E la cosa buffa e’ che, come hai accortamente segnalato qui sopra, sono le nostre memorie che ci tengono imprigionati agli altri, alla prigione della vita sociale. Le nostre memorie sono quasi sempre ANCHE le memorie degli altri, il legame che ci fa’ riconoscibili.

    Essere liberi e’, prima e soprattutto, essere liberi da quelle memorie, da quei lacci sottili…

    Keep rollling

    HREF=”http://polymathicus.blogspot.com”>PolyMathicus

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