PKD-UbikFanuccifronte

 

Ci sono libri che ti capitano fra le mani al momento giusto, come inaspettati manuali di sopravvivenza regalati dal caso o dalla curiosità.  “Ubik” ho rischiato di non leggerlo mai per il mio violento pregiudizio contro la fantascienza, che ho sempre considerato letteratura minore, semplificazione fumettistica della realtà presente e futura.

Invece non potevo trovare lettura più avvincente, profonda e interessante, in questo strano frangente esistenziale in cui mi trovo a lavorare in un vero e proprio “moratorium”, in quella terra di confine fra vita e morte dove essere e non essere non sono alternative amletiche ma semplici condizioni transitorie che si assomigliano spaventosamente.

Ringrazio l’amico che con affettuosa insistenza ha violato la mia prevenzione anti SF facendomi dono di questo prezioso libro di Dick, per il quale sento di dover fare altri proseliti come il fedele adepto di una setta fanatica.

Riassumere la trama di “Ubik” è difficile se non dannoso, perché si tratta di un romanzo “multistrato”, che incastra il lettore nel gioco irresistibile dei molteplici piani di lettura, sfruttando la possibilità “ipnotica” dell’arricchimento soggettivo.

Totalmente identificata nel suo antieroe, uno scienziato da quattro soldi “Chip” perfino nel nome, tragicamente impotente di fronte alla istantanea mutevolezza del suo destino, sono ancora dubbiosa sugli sviluppi di una storia che Dick ha narrato  con la bella incisiva semplicità della lingua americana, lasciandomi sulla soglia dell’ignoto con un finale aperto verso il quale mi ha condotto con sadica inquietudine. Al lettore di “Ubik” si tende l’agguato di una persistente visione allucinatoria,  potentemente coinvolgente e definitivamente disturbante. Si viene precipitati in un incubo dove si sfumano i confini di tutti i parametri della realtà: spazio, tempo, identità, vita e morte miscelati in un continuum che ha come unico filo conduttore il dubbio. In “Ubik” sono condensati  molti temi cari alla SF (salti temporali, premonizioni e telepatie, ipertecnologia ) e contemporaneamente ricorrono le questioni esistenziali al centro delle grandi opere di Shakespeare (la similitudine fra vita e sogno, l’ineluttabilità del tradimento, la coesistenza del Bene e del Male). Ma molti altri sono gli elementi di interesse. C’è, per esempio,  uno spruzzo di satira antiamericana e sarcasmo anticonsumista (divertente la trovata delle porte mangiasoldi che lo squattrinato Chip non riesce mai ad aprire), il rimpianto per un mondo fatto di materiali naturali dove il deterioramento risulta più accettabile (poetica l’immagine di Chip che accarezza nostalgico un portafoglio di pelle), la precognizione metaforica dell’universo globale, dove l’ubiquità è così poco sorprendente da diventare inutile….

 

 

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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

5 Risposte to “”

  1. lo consiglierò a Stella, ne è una divoratrice. Io sono ancora allo stadio anti SF
    🙂

  2. anch’io di solito non leggo di fantascienza, ma la tua presentazione mi intriga…

  3. anche io non leggo quasi mai fantascienza, però a volte mi capita, in rari casi, quando ci sia una trama un pochino originale. Grazie quindi per la segnalazione…

  4. Philip Dick è uno dei migliori: alcuni dicono il migliore in assoluto per la fantascienza (vedi Blade Runner) ma dovresti provare -se non lo conosci già- Ray Bradbury: specie nei racconti sui bambini: terribile e spietato eppure tanto attuale.
    Ciao
    Gianluisa

  5. Da ex divoratore di fantascienza sottoscrivo in toto. Dick, cerebrale e distopico; Bradbury, sentimentale ed elegiaco.

    In particolare, per Dick suggerirei A Scanner Darkly (Un oscuro scrutare o Scrutare nel buio) e The Man in the High Castle (La svastica sul sole); per Bradbury, il romanzo Something Wicked This Way Comes (Il popolo dell’autunno), che parla appunto di bambini e forse è l’opera a cui si riferiva Gianluisa, o forse anche meglio, l’antologia Long After Midnight (Molto dopo mezzanotte), che fornisce una panoramica quasi esaustiva delle sue numerose cifre espressive.

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