Caffè di notte (Van Gogh)
Il corridoio è lungo ma luminoso; le pareti e il pavimento in colore aranciato, le maniglie e i corrimano rosso carminio. Ma c’è puzza di ospedale e silenzio di tomba, non rimediabili dagli arredi in colori caldi.
Nel salottino ci sono i quadri donati dal direttore amministrativo, nature morte che più morte non si può. Madonne e crocifissi, dopo un feroce dibattito su quale religione o filosofia sia il miglior lasciapassare per l’aldilà, sono rimasti chiusi nell’armadio, per rispetto etico o forse estetico.
Poi ci sono i disegni di Paolo, belli e inquietanti, tutti in bianco e nero e imprigionati da grate e reticoli di matita. Gli ho preso acquerelli e pennelli, supplicandolo di mettere colore nei suoi sogni e incubi di carta, anche nera china, ma lui è stato irremovibile; mi ha disegnato un fiore, dietro le inferriate di grafite, ma era senza arcobaleno nei petali.
“Ci vorrebbero dei manifesti” ho detto a Lori, approfittando di un suo raro momento di cedevolezza all’irregolarità. Lori è bella e precisa quanto io sono scapigliata e disordinata. So che s’incazza perfino se cambio il colore della biro con cui scrivo in cartella. Poveretta, non è facile convivere anche poche ore con me, ed infatti a casa siamo solo io e Dieguito, in armonico caos.
“Sì, qualche poster colorato nel corridoio, a togliere quest’aria asettica e sanitaria” annuisce Lori, che oggi non si è messa nemmeno il camice (mi sa che non sta bene).
“Facciamo un corridoio di ninfee di Monet, che dici?”
Ha un sussulto di ribellione, e torna quasi la solita Lori. “ Meglio qualcosa di astratto. Kandisnki, Paul Klee.”
 
E così ho preso Kandinski e Mirò (Paul Klee no, ho mentito a Lori dicendo che c’erano solo riproduzioni in formato troppo piccolo, in realtà io non sopporto quei suoi quadretti slavati) ma anche i colori di Van Gogh, Monet , Gauguin e Chagall.
Mentre li sceglievo mi chiedevo se  assecondare i miei umori del momento o piuttosto pensare a chi quel corridoio- che per me è lavoro- lo percorre con un’infinita pena nel cuore.
Certo- mi dicevo-  non era il caso di mettere Munch a guardia di quelle camere abitate da morenti e dolenti.
Fosse stata una neonatologia, avremmo allestito una galleria di foto di poppanti con sorrisi sdentati e pugni chiusi verso il mondo nuovo.
Invece qui le “loro” effigi hanno già la patina immobile delle fotoceramiche dei cimiteri, congelamento triste dei sorrisi  ed eterno fermo-immagine senza rimedio.
Poi ho fatto uno sforzo d’immedesimazione difficile. Se dovessi morire fra due ore, cosa vorrei vedere, oltre al volto delle persone che amo ? Credo che mi piacerebbe portarmi negli occhi i bagliori della vita, il verde dei prati contrastato dai rossi papaveri, la luce di un caffè brulicante di animazione notturna, il bacio di due amanti sospesi in un’innaturale felicità.
Paolo mi ha aiutato a disporre i poster con le loro cornici- meglio un solo quadro per parete, mi ha detto-  e saltellava di qui e di là con il suo corpo magro e sghembo come un bambino felice ed ignaro della malattia.
Giuseppe invece prendeva le misure e martellava assorto e preciso, con discrezione – sì, si può martellare con discrezione- mentre Marina offriva tisane a tutti chiedendo scusa per il rumore.
Oggi è stato bello lavorare. Non sembrava neppure lavoro.
 
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

2 Risposte to “”

  1. Ti avevo letto ieri su Scrivi (sai che io vado solo per leggere ma non commento). Ho visto ti ha commentato Chiara.
    E’ un racconto molto ben scritto che trasuda sempre la tua tristezza alla quale reagisci con fantasia e umanità nei confronti del tuo lavoro e dei tuoi pazienti. Mi pareva che però Klee ti piacesse (non dovevamo andare a vedercelo assieme?) : alcune sue cose si, le puoi definire slavate ma, credimi, io che ne vado matta e lo conosco bene ha fatto ben altro e scritto poesie splendide. Quando vuoi ho un librone da mostrarti…
    Un saluto caro

    Gianlù

  2. dopo gli ultimi fatti di cronaca, sapere che ci sono persone come te che affrontano questa difficile professione con tale umanità è un qualcosa che fa bene, fa veramente bene.

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