Il 1980 fu per me un anno assai difficile. All’università mi ero incartata da un anno sull’esame di anatomia, che sembrava, dopo i primi cinque esami di medicina passati in scioltezza, uno scoglio insuperabile. Le pagine da mandare a memoria , in una litania insensata come un elenco telefonico ungherese, erano oltre tremila, e appena finivo di memorizzare neuro mi ero già scordata di osteo. In casa mia c’era un’atmosfera irrespirabile: i miei si stavano separando, e nella loro guerra dei Roses io e mia sorella eravamo paragonabili a preziose suppellettili da contendersi a suon di ricatti e carte bollate. Per divagarmi un po’ mi ero iscritta ad un corso di danze popolari: la scelta era frutto di un audace compromesso fra un desiderio di gioco e la mia inemendabile pigrizia, visto che l’istruttore  era un mio vecchio amico e la palestra dove si teneva il corso era a due passi da casa. Fu lì , fra una tarantella e una giga, che conobbi Maria Grazia.
A Maria Grazia mi affezionai subito per la spontanea allegria che l’animava, ma soprattutto per la goffaggine, che evocava immediata tenerezza. A dispetto del nome, era sgraziata: aveva movimenti bruschi e oltre l’intenzione, sempre sproporzionati alle finalità. Era incapace di scostare una sedia senza farla cadere; camminava con l’impeto della corsa, e sembrava perennemente sbilanciata, senza un baricentro. La sua parlata, colorita e come incatenata dall’accento sardo, sembrava quella di una bambola cui qualcuno si ostinasse a tirare una cordicella inceppata. Aveva occhi incredibilmente espressivi e umidi, afflitti da uno strabismo che le conferiva un’aria costantemente spaesata. Mi trovai subito vicino a lei nelle danze di fila, attratta dal suo entusiasmo e dalla sua simpatia; saltellava fuori sincronia, facendo incasinare tutto il serpentone che si snodava dopo di lei, ma nessuno osava mai incolparla del delitto, che le avrebbe attirato addosso la pena capitale dell’esclusione.
Quando le casse dello stereo diffondevano la musica convulsa delle danze sarde, si lanciava entusiasta a guidare la sarabanda coi suoi piedi frenetici e instancabili: sembrava un missirizzi cui qualcuno avesse dato la carica del moto perpetuo.
L’amica del cuore di Maria Grazia era Carmela , una piccola maestra lucana con un viso funestato da un pallore e da occhiaie irrimediabili, che con la ragazza sarda spartiva i quaranta metri quadri di un asfittico monolocale e le ristrettezze economiche di una difficilissima e precaria indipendenza. La tristezza di Carmela faceva da contraltare al vitalismo di Maria Grazia esaltandone, per contrasto, l’apparente infondatezza. Delle due, in realtà, quella che aveva più motivi per non essere allegra era Maria Grazia, ma il suo buonumore, ben lungi da una approssimativa superficialità, denunciava un leonino ardimento. Il Leone, come mi disse subito cercando motivazioni scientifiche all’affinità che ci legò immediatamente, era anche il suo (e il mio) segno zodiacale. Come facesse la solarità di Maria Grazia a convivere con la cupa serietà capricornina di Carmela, restò per me a lungo un mistero astrologico e psicologico. Forse si trattava, semplicemente, della consueta attrazione degli opposti, o forse l’intima fragilità di Maria Grazia sapeva di trovare un sostegno nella prevedibile affidabilità di Carmela.
Io, invece, mi fidai subito di Maria Grazia e della sofferenza antica che intuii al di là della sua facciata burlona ; me lo disse il suo sguardo lucido e aduso alle lacrime, che potevo fidarmi, e lo feci nel modo meno opportuno e generoso, rovesciandole addosso una cascata di confidenze pesanti come macigni. Maria Grazia fu la prima a sapere della follia di mia madre e della catena di infelicità che stava generando nella mia famiglia, portandola a una disgregazione senza rimedio.
Le parlai di quello che per anni non avevo osato confessare a nessuno, temendo che l’etichetta della pazzia si appiccicasse come un marchio d’infamia su tutti noi, impedendoci di vivere i rapporti con quella purezza che ogni adolescente pretende. Non mi avvedevo, accecata dall’incertezza, che quella purezza era da tempo perduta, minata dall’insicurezza profonda che mia madre aveva seminato su ogni legame affettivo pregresso e futuro, avviluppandolo d’incoerenza feroce fatta di abbracci stretti e parole violente, invasioni e disinteresse, dichiarazioni d’amore e manifestazioni d’odio.
Maria Grazia mi ascoltava in silenzio col suo sguardo partecipe e divergente in modo rassicurante, e mi offriva la concretezza di gesti semplici e affettuosi: mi faceva da mangiare, preparando manicaretti sapidi sulla cucina economica, mi portava a ballare come un fidanzato premuroso, mi raccontava di intrighi amorosi per il gusto di appassionarmi a cose “normali”. A volte cedeva scampoli della sua storia, ma anche le sue rare incursioni autobiografiche erano manifestazioni di generosa amicizia, elargite com’erano a chiosa dei miei sconforti egocentrici e sordi.
Maria Grazia era afflitta da un’insanabile nostalgia per la sua terra, di cui ricercava ossessivamente i profumi nella cucina, avamposto isolano in quel piattume nebbioso, echi sonori nelle sue adorate danze sarde, richiami parentali frequenti e spesso scomodi in telefonate quotidiane alla sua famiglia. Una sorella maggiore condivideva con lei l’avventura inquieta del lavoro e del menage milanese, sofferto come un balzello inevitabile alla promessa di libertà. Ma la sorella a Milano si era sposata e aveva un bimbo, che rifilava a Maria Grazia in ogni scampolo di tempo libero, approfittando della tenerezza invincibile di Maria Grazia per quel nipote piccolo e indomabile. Il bambino ci seguiva invariabilmente nelle nostre escursioni del fine settimana, limitandone non poco il chilometraggio e le maschili divagazioni.
La “zitellaggine” , che a me pesava peggio del retroterra famigliare e delle incertezze sul futuro, non sembrava inquietare minimamente Maria Grazia, che pure, come mi confessò, aveva motivi più importanti di preoccupazione sui propri rapporti con l’altro sesso.
“Sono ancora vergine”, buttò lì con nonchalance un pomeriggio domenicale, approfittando di un raro momento di lontananza di Tommasino, il suo moccicoso nipotino.
“Tu?” mi scappò detto solo un monosillabo incredulo. Maria Grazia era così vivace e disinvolta che mi sarei meno meravigliata, indubbiamente, se mi avesse raccontato di prostituirsi per arrotondare.
“Io, io. Hai capito bene. Non si direbbe, vero?” Rise, e per la prima volta colsi una nota di amarezza nella sua risata.
“ E come mai?” chiesi, senza riguardo. In fondo Maria Grazia aveva solo ventiquattro anni: qualunque fosse il motivo di quell’anomalia – la mia intransigenza giovanile mi faceva così giudicare l’illibatezza della mia amica- mi sembrava un’età che consentisse di emendare quel difetto.
“Come mai… Finora non ne è valsa la pena. “ Mi guardò con intensità, e mi parve che i suoi occhi fossero dritti e concordi, una volta tanto.
“E Flavio?” Con Flavio era stata fidanzata sei mesi: un record, per la sua incontenibile esuberanza.
“Flavio non ha avuto pazienza. Ci abbiamo provato più volte, ma mi faceva male e non ci è riuscito. Così, alla fine l’ho mollato, prima che lo facesse lui.”
“Non l’avrebbe mai fatto.” Ora comprendevo finalmente la scomparsa di Flavio dai nostri orizzonti. Era carino e perdutamente soggiogato da lei. Quando avevano rotto, il fatto mi era parso del tutto inspiegabile.
Ma Maria Grazia era così: capace in ugual misura di rivelazioni improvvise e di orgoglio sconfinato, sapeva in ogni modo sorprendere per la lealtà profonda che sottendeva ogni sua azione. Solo io sapevo quanto l’assenza di Flavio l’avesse fatta soffrire, eppure si era ingiunta quel supplizio per evitare a lui altre rinunce. Stupida!
Di Giulio, appresi in modo altrettanto “casuale” e repentino. Dopo un tiraemolla amoroso senza fine, mi ero finalmente risolta a lasciarlo, ma nutrivo ancora dei dubbi sulla saggezza della mia decisione: credevo di esserne ancora innamorata, e speravo che tornasse.
“Smettila di struggerti per lui: non lo merita” mi disse bruscamente Maria Grazia.
“ Credevo che Giulio ti piacesse” obiettai sconcertata da quell’inattesa presa di posizione. Era stata proprio Maria Grazia a presentarmi quel ragazzo alto e ombroso, svariati mesi prima, caldeggiando il nostro avvicinamento.
“Infatti mi piaceva, quello stronzo.” La veemenza di Maria Grazia era quanto meno sospetta. Non era una che si abbandonava facilmente a sentenze definitive. Erano proprio la sua assoluta mancanza di pregiudizi e il suo possibilismo amichevole a rendermela tanto preziosa. Che diavolo le aveva fatto Giulio per renderla così intransigente nei suoi riguardi?
“Che è successo?”
Lei me lo disse con autolesiva semplicità. “ Ci ha provato con me, un sacco di volte. Mentre stavate ancora insieme. E guarda che se te lo dico è solo perché tu sappia con chi avevi a che fare e per chi ti stai consumando gli occhi di pianto“
“ Magari l’ha fatto perché gli piacevi” obiettai convinta. Non era affatto strano che qualcuno ci provasse con Maria Grazia. Anche se qualcuno era Giulio, ahimè. Poi venni colta da un dubbio improvviso. “ E lui ti piaceva?”
“Sì, ma non c’entra.” Rispose recisa, come scacciando una mosca molesta.
“Come non c’entra?”
“ Non potrei mai sentirmi responsabile della tua infelicità” e mi abbracciò, sincera.
Di quegli abbracci e di quella lealtà non ebbi mai più a beneficiare con nessun’altra amica, eppure non seppi ricambiare Maria Grazia con altrettanta affettuosa sollecitudine.
Fui, anzi, ingrata e disonesta come non meritava. Semplicemente, la dimenticai. Passato il momento di crisi acuta e dato finalmente l’esame di anatomia, che tanto aveva contribuito alla mia impasse studentesca ed esistenziale, smisi di frequentare il monolocale della casa di ringhiera. Avevo vergogna di tutta la debolezza che avevo mostrato a Maria Grazia, e ora che mi sembrava di essermene allontanata rinnegavo la mia amica che ne era stata testimone, come se il frequentarla mi potesse ricacciare a forza in quella condizione di temuta fragilità.
Lei si ostinò a telefonarmi ancora , per un bel periodo; poi, la mia stupida ignavia finì col raggelare anche la sua invincibile cordialità. Maria Grazia sparì dalla mia vita, senza che ci fossimo salutate come si deve.
Mia sorella, l’unica della famiglia che avesse potuto apprezzare il calore e la spontaneità di quella magnifica ragazza, a volte me ne chiedeva notizie, con molesta insistenza. Io bofonchiavo risposte vaghe ed evasive, accompagnate da buoni e irrealizzati propositi. “ Uno di questi giorni la chiamo per una rimpatriata” , e man mano che il tempo passava quella telefonata diventava sempre più difficile.
La feci , un giorno di svariati mesi dopo, cedendo a un benefico impulso di nostalgia, evocato dall’ascolto di una canzone di Ferradini che Maria Grazia amava molto, “Teorema”.
Al telefono mi accolse con la consueta, contagiosa allegria, come se il tempo non fosse passato e io non l’avessi mai ferita con la mia distanza.
“Come sono felice di sentirti!” sillabò lieta con la sua cantilenante inflessione sarda.
Mi parlò di sé e dei suoi entusiasmi del momento, declinando un invito per il weekend con una scusa tutt’altro che improbabile. “ Non posso, questa domenica ho un impegno improrogabile”.
“Fidanzato? “chiesi, anche se la “vecchia” Maria Grazia non mi avrebbe mai preferito un uomo, benché eccezionale.
“ Macché fidanzato!” rise. “ Devo fare il mio primo lancio. Non vedo l’ora! L’hanno già rimandato due volte: una volta mancava il pilota, l’altra l’aereo… Ma questa domenica mi butto!.”
La pazza si era iscritta a un corso di paracadutismo. Non ce la vedevo, quella casinista di Maria Grazia, alle prese con leve e levette. E se si fosse dimenticata di aprire il paracadute?
“ Maria Grazia, ma le hai fatte bene le prove?” le chiesi, con una punta d’inquietudine.
“ Altroché, è tutto l’inverno che mi esercito! Telefonami lunedì, che ci vediamo e ti racconto. Dobbiamo recuperare un sacco di arretrati…”
Il lunedì successivo Maria Grazia era già tornata nel limbo delle mie buone intenzioni.
Mia sorella mi avvicinò con fare circospetto. “ L’hai poi chiamata la tua amica sarda?” Stranamente, la sua voce pareva priva di toni colpevolizzanti. “ L’ho sentita venerdì”, risposi sbrigativamente, ma qualcosa nella sua espressione mi raggelò il sangue. Mia sorella teneva fra le mani un quotidiano, aperto sulla cronaca nera. Sul giornale, una foto di Maria Grazia immortalata in un innaturale cipiglio austero che non le rendeva giustizia. In un trafiletto, la notizia di un tragico incidente al campo di volo.
A volte- soprattutto la notte- mi pare di vederla, mentre le si ingarbugliano i fili e non riesce ad aprire quel maledetto paracadute. E non ci siamo neppure salutate come si deve.
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~ di aliceoltrelospecchio su dicembre 10, 2011.

7 Risposte to “”

  1. Un gran bel racconto, sia come contenuto che come tuo solito stile riconoscibile.
    Ciao
    Gianlù

  2. Davvero bello, ma è veramente esistita MariaGrazia?

  3. spero che…non…che si…insomma!…non ci posso credere!

  4. Oh…

  5. “come se il tempo non fosse passato e io non l’avessi mai ferita con la mia distanza.”
    Il tempo passa e anneghi nel ricordo, ti tormenti con le ultime parole dette, con l’ultima immagine.
    ” Dai…lo prendo quel volo, presto” diceva dentro al mio abbraccio. Ma i miei occhi sapevano che non avrei più visto il suo sorriso.
    un abbraccio .

  6. bella prosa, corre che è una bellezza anche a video (e non capita spesso).
    vieppiù, lasciano il segno tutti i personaggi (carmela compresa), essendo dotati di spessore psicologico *tridimensionale* (nello specifico, credo che per forza tu debba aver attinto alla realtà, magari riassemblando identità diverse, ma tangibili).
    la trama in sé è quasi perfetta, col quasi a intendere che (magri è una storia vera), ma la cronaca può concedersi il lusso d’essere incredibile (assai spesso la realtà supera la fantasia), mentre la prosa deve fare i conti con la concessione di verosimiglianza del lettore.
    ecco, in questo senso, forse, avrei dilatato di più lo spazio narrativo tra l’iscrizione alla scuola di paracadutismo da parte di maria grazia (nessuno vieta di inserirla a metà del racconto) e il tragico finale.
    epperò, ohi, com’è evidente è una mia soggettivissima elucubrazione.
    compliments.

  7. ma è una storia vera?
    incredibile, se è così … sono esterefatto
    Ma dimmi che è solo una storiella…
    bella, raccontata benissimo ma inventata
    Complimenti in ogni caso per lo stile…

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