Io e la moto

Vespa 125

Era l’estate del 76. Senza un “due ruote” eri tagliato fuori dal mondo. Un intrico di Ciao, Vespe, Caballero, rappresentava il grumo di umanità cui tenevo , all’epoca. Si radunavano ai negozi (anzi, andrebbe scritto “I Negozi”), e da lì partivano per scorribande ad alta velocità nel quartiere, alla ricerca di altri crocchi raggruppati intorno ad alcune panchine e davanti a certi portoni “strategici”. Quella sera non sapevo dove fosse Gianni. Il suo  Garelli bordeaux non era parcheggiato in nessuno dei posti possibili. Il morso della gelosia si stava facendo sentire. Sospettavo che stazionasse, insieme a un gruppo di figaccioni mancanti all’appello, davanti a casa della Barbara, quella stronza.

Anche Susanna era agitata. Claudio pure era fra i desaparecidos. Cominciammo a fare gli occhi languidi a Daniele, per farci prestare il suo 125. Non potevamo andare a cercare i due fedifraghi senza una scusa plausibile. Un giro di prova sulla Vespa di Daniele ci sembrava un buon pretesto.

Daniele recalcitrò un po’ dietro alle nostre insistenze, ma capitolò in fretta, per liberarsi dalle nostre fastidiose  interferenze sul faticoso corteggiamento della Ceci, che fingeva – benissimo- di disinteressarsi a lui. Sussurrammo un “Buona fortuna!” alla Ceci, che sapevamo cotta persa di Daniele, e partimmo sgommando sulla Vespa, Susanna davanti e io dietro.

Una leggera brezza settembrina mi scompigliava i capelli, liberi dalla costrizione del casco (ai tempi non era obbligatorio) e la camicia di garza indiana mi fluttuava piacevolmente addosso.

Susanna sgasava felice, davanti, tentando anche qualche impennata. Le afferrai i fianchi, apprensiva. “Susanna, prima di morire dobbiamo beccare quei due stronzi. Vai più piano.”

All’incrocio, dal nulla, sbucò  un’ auto lunga . Non rispettò lo stop e ci attraversò la strada, all’improvviso. La Vespa le finì contro come una freccia che centra il bersaglio. Vidi Susanna volare come un angelo al di là dell’auto inopportuna e vidi tutta la mia vita in un istante, in flash back: mia sorella appena nata, il primo giorno di scuola, l’operazione alle tonsille, il funerale della zia Caterina, la mia mamma che piangeva, in ospedale.

In ospedale mi ritrovai anch’io, dopo un tempo di buio che non è mai più riaffiorato alla mia coscienza. “Trauma cranico” furono le prime parole che udii. Mia mamma era lì, e piangeva. C’era anche mio padre, corrucciato. Mi sembrarono dei marziani. Man mano che mi svegliavo e tornava  la memoria, cresceva la consapevolezza dell’incidente e la paura di essere sgridata per la mia trasgressione. I miei genitori mi avevano sempre proibito il motorino.

“Susanna?” “ E’ in ortopedia: si è rotta un braccio. Ci sono i tuoi amici. Sono preoccupatissimi, e sono venuti a trovarti”. Il primo ad affacciarsi alla porta fu Gianni. Il suo viso ansioso mi regalò un impulso di gioia incontenibile e di paura retrospettiva. Avevo rischiato di perderlo per sempre.

Kavasaki 500

La prima volta che ho visto il mio principe azzurro, è comparso in sella al suo cavallo d’acciaio.

Veramente, principe non lo è mai stato, se non, talvolta, nei modi regali. Comunque , visto che è stato l’unico uomo che ho sposato, e da cui ho avuto un figlio, si può definire con notevole approssimazione principe azzurro. Ad essere precisi non è mai stato neanche azzurro. Se proprio debbo attribuirgli un colore , è il rosso. Di rosso era vestito quella volta – una salopette di tela carminio, e Superga in tinta- e al rosso hanno sempre virato le sue convinzioni politiche.

Anche il cavallo era rosso. Un Kawasaki 500 dalla linea aggressiva e di colore fiammeggiante.

La moto sollevò un polverone, quando Renzo la parcheggiò sull’aia della cascina. Eravamo in una casa di campagna, in Toscana, per uno stage estivo di danza.

Il Signore in Rosso scese dalla moto e mi folgorò con uno sguardo killer.

Alla fine dello stage di danza ero già così innamorata di lui, da voler superare il trauma della moto, e combattere la mia sopravvenuta fobia dei veicoli a due ruote abbarbicandomi al mio eroe sulla sella del suo Kawasaki.

C’era da tornare a Milano, partendo dalle curve dolci del Casentino. Animata dalle migliori intenzioni del mondo, lasciai il mio bagaglio in un’auto compiacente e mi arrampicai sul mostro a due ruote, dietro al mio amore, i capelli non più al vento, ma imbrigliati dal casco, e una paura fottuta a scuotermi le viscere. Dopo dieci chilometri, complice la posizione forzatamente fetale che l’alta sella della moto mi aveva costretto ad assumere, e in preda a un terrore che neanche il folle sentimento per Renzo riusciva a mitigare, una colica addominale mi colpì come un anatema del fato.

Diedi immediatamente forfait, e raggiunsi l’auto compiacente, che mi accolse, insieme al mio bagaglio e alla feroce convinzione che la mia attività da centauro era miseramente e definitivamente conclusa.

Renzo , un anno dopo , vendette il Kawasaki 500, e ancora adesso me lo rinfaccia.

BMW di cilindrata che non so precisare

Io sono ideologicamente contraria alla primavera. Non ha la forza e il colore delle vere stagioni. Il sole è appena tiepido, la brezza lieve e io sono più che mai irresoluta.

Le giornate come oggi sono un’offesa al mio cattivo umore. C’è una luce abbagliante, impietosa per la mia anima triste. E poi, tutti quegli innamorati che si baciano. Insopportabili.

E io non ho nemmeno uno straccio di amico da vedere.

Oddio, uno ci sarebbe, volendo. Sta chiamando ora, al cellulare.

“Marco”. Accetti? Sì. Marco è uno dei miei mancati amori. Nel senso che io avrei voluto, e lui no.

E’ una specie di Erode mangiabambini, e chiama mio figlio “il peccato originale”, e questo non facilita certo i nostri rapporti, visto che Diego is the apple of my eye, e il mio scarrafone non si tocca.

Però Marco ha altre qualità, che ne rendono gradevole la compagnia, indicata quando mio figlio, come oggi- è in trasferta dal padre (io e l’uomo del Kawasaki 500 siamo felicemente separati).

Marco è molto intelligente, spiritoso, carino. Ma io e lui, dopo un paio di travagliati incontri ravvicinati del terzo tipo, non facciamo sesso. E quindi riusciamo ad essere amici, come solo due che hanno scopato senza innamorarsi possono essere.

Poi la ferita Flavio non rimargina, e in queste giornate assolate sanguina più che mai, e Marco mi fa un po’ da emostatico. Non c’è nulla da scandalizzarsi, visto che lui piange il lutto per abbandono di una certa insopportabile e perfetta  Daniela, da almeno otto mesi.

Insomma, è tutto un piangersi addosso, con reciproca soddisfazione da esistenzialisti.

Sentiamo che ha da proporre Marco, in questa domenica marzolina minacciosamente luminosa.

“Non vorrai mica restare in casa, con una giornata così” mi apostrofa, con ariosa energia. (“Se fossi chi dico io me ne starei anche in casa, non ti dico a far cosa”- medito lugubre sulla caducità dei miei amori corrisposti).

“Dove vorresti andare?”mi animo di cauto possibilismo.

“E’ la giornata ideale per un giro in moto”fa lui, con irresponsabile allegria.

“Scordatelo. Non se ne parla nemmeno” alla parola” moto “scatta il riflesso pavloviano:incidente, colica, pericolo.

Marco gira in moto tutto l’anno, anche con i rigori invernali più insostenibili.La moto è uno dei motivi confessati di incompatibilità fra noi due, oltre alla sua allergia ai bambini e la sua maniacale precisione (o il mio patologico disordine, a seconda delle prospettive).

“Dai, non rompere, almeno oggi. Ti giuro che vado piano come una lumaca. E’ una giornata troppo bella per non assaporarla all’aria aperta.”

Un pensiero tutt’altro che solare mi attraversa il cervello.

“Possiamo fare un tentativo “ Di suicidio, penso fra me e me, mentre a voce alta dico: “Un tentativo di gita vicinissimo a Milano, tipo Vigevano.” Vigevano ha una piazza splendida, e ci si arriva in un lampo, costeggiando i Navigli. Che il dolore sia intenso, e rapido.

Marco abita sui Navigli. Parcheggio la mia auto davanti a casa sua con un misto di eccitazione ed apprensione. Contemplo la mia vecchia Peugeot, dandole idealmente un addio definitivo e dolente.

Mi tremano le mani, mentre cerco di agganciarmi il casco sotto il mento. Marco mi aiuta a sistemarlo, sulla mia chioma ancora folta e adolescenziale. Se mi baciasse, forse le cose andrebbero meglio, ma non si può pretendere troppo da lui.

Mi sistemo dietro di lui, e lo abbraccio stretto con la scusa dell’equilibrio e della paura.

I nostri caschi si toccano, e fanno un poco romantico rumore di bocce da bowling .

In un istante sgusciamo in mezzo alle auto, e siamo fuori Milano.

L’aria primaverile ci sferza la faccia. Marco sembra mantenere le promesse, e prende una tranquilla velocità di crociera. Io gli tormento il costato con un abbraccio-morsa. Lui si gira e mi urla qualcosa che non capisco, ottusa dal casco e dal terrore della velocità.

La moto romba come dovrebbe fare una moto. Dal rumore del motore e dalla fuga dei paesaggi che abbandonano la mia visuale, deduco che la lumaca sta diventando una lepre. Butto un’occhiata al tachimetro: 140. Brutto bastardo bugiardo traditore! Non gli dico nulla, perché temo che si volti di nuovo per rispondermi, perdendo il controllo della strada.

Mi sento come una frigida che non proverà mai l’orgasmo, per incapacità di abbandono. Non vedo l’ora di scendere.

A Vigevano, lasciamo la moto quasi in piazza. Ci avviamo a piedi verso un bar coi tavolini all’aperto. Coi caschi in mano, a braccetto, sembriamo proprio una coppia di fidanzati.

Incontro Emma, un’amica zitella di mio padre che non vedo da un anno, e la luce maliziosa che leggo nel suo sguardo mentre le presento Marco, mi conferma che la simulazione coppietta è credibilissima.

Ma al bar, mentre prendiamo il gelato e chiacchieriamo di piccole e grandi cose, gli occhi di Marco vagano senza posa sulle fighe di passaggio. Io mi ingozzo di amarene e penso a Flavio che ordina sempre la banana split.

Il ritorno è una fuga verso il cielo incendiato dal tramonto.

Scendo dalla moto e penso: “Mai più, mai più.”

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~ di aliceoltrelospecchio su aprile 26, 2011.

4 Risposte to “Io e la moto”

  1. e al tuo posto sulla moto sono salita io !!

  2. .. e siamo arrivati a Milano alle tre di notte perchè il tuo Principe moriva di sonno e si fermava a ogni autogrill a fare un sonnellino visto che tu l’avevi tenuto sveglio.. la notte prima!!
    Che bella vacanza, ho dei ricordi ancora nitidi. Quota si chiamava il posto vero? completamente fuori dal mondo senza telefono senza niente

  3. Carramba! Ma tu sei “quella” Francesca? Quella che stava, all’epoca, con Mario? Davvero pazzesca Internet. Non mi capacito come tu abbia potuto capitare, casualmente, qui sopra… (Come faccio a scriverti in pvt? Non sono pratica di questo sito…)

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