Cure palliative: sfatiamo qualche pregiudizio

“La morfina? Deprime il centro del respiro e non la do di certo  a un malato con problemi respiratori”

Confesso che ho peccato: anch’io, anni fa, avevo delle remore a somministrare anche minime dosi di morfina al malato che presentava una brutta crisi dispnoica (di difficoltà respiratoria); avevo paura di uccidere, con la fatale fiala di morfina, il povero malato in fame d’aria,  e non mi rendevo conto che gli procuravo un’inutile sofferenza che proprio la morfina avrebbe potuto risparmiargli. A basse dosi, la morfina riduce il lavoro del cuore e procura un sollievo immediato sulla dispnea.

“Parliamoci chiaro: la morfina accorcia la vita”.

Niente di più falso. Ci sono fior di statistiche a dimostrarlo: la morfina non accelera il decorso delle malattie terminali. Non influisce sulla durata della vita, ma sulla qualità sì. La morfina libera dal dolore e restituisce la dignità al malato grave, gli consente di vivere al meglio le sue ultime giornate, di muoversi, respirare, sorridere…

“E’ troppo presto per l’hospice: non è ancora terminale”

Molti medici credono che le cure palliative vadano iniziate “in articulo mortis”. Prima è sempre “troppo presto”. Alcune terapie sintomatiche -la terapia del dolore in primis- non andrebbero mai rimandate. E’ auspicabile che chiunque non debba subire sintomi che possono essere dominati, anche se davanti a sé  ha un po’ più di una settimana di vita. Anche la “terminalità”  che consiglierebbe un ricovero in hospice, o l’attivazione delle cure palliative, è un termine che molti medici pensano come una manciata di giorni, se non di ore, quando il periodo di degenza in hospice può essere di più mesi, con beneficio importante sulla qualità dell’ultimo periodo della vita.

“Non beve più, non mangia più, sta morendo… Cosa possiamo fare? Mettiamo su una bella flebo così i famigliari sono contenti.”

La necessità di idratazione forzata negli ultimi giorni di vita è tutt’altro che dimostrata. Ho visto troppi malati terminali morire in edema polmonare (scompenso cardiaco) per lo zelo di qualche prescrittore di “flebo estetiche”. C’è una specie di legge di Murphy per i pazienti  terminali: se dai dei liquidi a un malato cui sta cedendo il cuore, quei liquidi andranno ad accumularsi  sicuramente nei compartimenti sbagliati, sovraccaricando il polmone e procurando orribili difficoltà respiratorie.

E’ invece scientificamente dimostrato che uno stato di lieve disidratazione favorisce la liberazione di endorfine (le nostre droghe naturali contro il dolore), garantendo uno stato di relativo benessere anche nelle ultime ore di vita. Nessuna “flebo estetica” ai malati morenti , ma tanta cura alla freschezza e all’igiene della pelle e delle mucose, alla comodità della posizione, al benessere indovinato dall’espressione mimica del volto o dal sorriso dei famigliari.

“Io quelli delle cure palliative non li chiamo, perché se mio padre  li vede arrivare capisce che deve morire”

Questa, ahimè, è una motivazione molto frequente del ritardo o della mancata attivazione delle cure palliative.  Il malato non deve capire che gli resta poco tempo da vivere: lo pensano strenuamente i famigliari e  spesso anche i medici, che assumono nei riguardi della persona malata un atteggiamento paternalistico o iperprotettivo.   Ci si dimentica  che ognuno ha diritto di informazione e di libera scelta e dovrebbe decidere in prima persona  di ciò che lo riguarda direttamente: se fare o non fare la chemioterapia, se e quanto tollerare il dolore, se e quanto essere lucido in presenza di disturbi critici… Ho visto in hospice molti malati liberarsi con sollievo dalla congiura del silenzio attuata nei confronti della loro cattiva prognosi. Spesso il primo a rendersi conto della morte imminente è il malato stesso, e il teatro di bugie con famigliari e vicini diventa una fatica insostenibile che si aggiunge agli altri fardelli del fine vita. “ So che devo morire, ma non lo dica a mia moglie…” “Cercano a tutti i costi di tenermi allegro, ma io ho bisogno di piangere…” 

“Dottore, non gli dia la morfina. Non voglio che diventi un drogato!”

Ricordo la supplica di una madre che soffriva indicibilmente per il figlio morente di cancro. Fra le sue mille angosce c’era anche questa, la dipendenza farmacologica dagli stupefacenti. E’ stata dura spiegarle che per suo figlio non avremmo mai potuto scalare e sospendere la morfina, e che non si sarebbe trattato di un problema d’ astinenza…

“Perché devo dargli la pillola analgesica quando non ha dolore? Prende già tante medicine! Quella per il dolore io gliela do solo se si lamenta…”

Una delle mie “fatiche” di medico prescrittore è convincere chi sta male ad assumere i farmaci per il dolore  ad orari fissi, prima che il dolore “salga” e diventi insopportabile (in quel caso anche analgesici molto potenti diventano quasi inefficaci). E’ ancora dominante, nella nostra cultura, l’idea che il dolore vada un po’ sopportato, perché “purifica”. Io credo che il dolore fisico ( il solo dolore  sicuramente evitabile o riducibile) non debba essere sopportato, ma eliminato (se si può, e si può quasi sempre).

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~ di aliceoltrelospecchio su aprile 9, 2011.

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