CURE DI FINE VITA:NUTRIRE LE SPERANZE, NON ALIMENTARE LE ILLUSIONI

•settembre 18, 2015 • 4 commenti

BandieraItaliaCibo

Siamo un popolo di poeti, santi e navigatori. E di master chef, naturalmente. Siamo il  Bel Paese della buona cucina e delle mamme italiane.

Chi si trovi, come me, a far parte di un’équipe di cure palliative, ha sempre saputo, ben prima di un’ Expo centrata sul tema dell’alimentazione, quanto valore le famiglie italiane diano al cibo, anche in articulo mortis.

Non è raro sorprendere, nelle stanze dell’hospice in cui lavoro, amorevoli parenti intenti a imboccare disperatamente pazienti in coma irreversibile.

“Dottoressa, oggi non ha  mangiato proprio nulla, nemmeno il gelato, neppure il budino che gli piace tanto. Ma se non mangia muore…”

Io cerco di spiegare  che il rapporto di causa- effetto è esattamente invertito: sta morendo, QUINDI ha smesso di mangiare e di bere, e non viceversa.

Ma spesso è una battaglia persa (ragione contro cuore, scienza contro amore) che il moribondo può scontare con un’ ultima, indesiderabile complicazione: la  polmonite ab ingestis.

Allora, quando vedo che le parole non penetrano la coltre di sofferenza generata dal distacco imminente, mi arrendo alla disperazione armata di cucchiai e forchette e oppongo la consolazione di una fleboclisi estetica, che gocciola con lentezza calcolata per non sovraccaricare il cuore stanco del paziente agonico, ma può placare l’angoscia di chi quel malato vede morire, e crede che la colpa di quella morte vada ricercata  in una sciagurata mancanza di cibo e acqua.

L’attività di un’équipe di cure palliative è costellata di compromessi innocenti e bugie bianche. Non c’è nessuna necrofilia, nonostante le apparenze. Il nostro lavoro è destinato ai vivi: quelli che presto non lo saranno più e quelli che resteranno, feriti da una mancanza irreversibile, ma consolabile.

 

VOCI DALL’HOSPICE: IL PUNTO DI VISTA DEGLI OPERATORI

•febbraio 26, 2015 • 1 commento

Enrico, 24 anni, infermiere

Quella  in hospice è la mia prima esperienza lavorativa come infermiere. A dire il vero, prima di sperimentarmi in questa attività, non ero così certo della mia “vocazione”. Non credo fossi nato per fare l’infermiere, ma questa era una professione che, più di altre, sembrava avere qualche sbocco lavorativo. Mi sono laureato da “terremotato” all’Aquila, nel novembre 2012. Prima di fare l’infermiere, per un anno e mezzo, ho fatto tutt’altro: gestivo un centro scommesse a Salerno, dove sono nato. Sono venuto al Nord, presso amici, per lavorare. Quando ho chiesto che tipo di lavoro mi aspettava, al primo colloquio per infermiere a tempo pieno, mi è stato risposto, seccamente (forse per scoraggiarmi) “con malati terminali”. Ho detto “Non importa”, perché avevo un gran bisogno di lavorare. Ma, sinceramente, non pensavo di farcela. I primi quindici giorni di lavoro, affiancato da una mia collega molto esperta e paziente, sono stati un disastro. Guardavo la sua faccia, mentre mi spiegava ciò che dovevo fare e come dovevo comportarmi con malati e famigliari, e pensavo quanto fossi inadeguato. Ora va meglio, molto meglio. Non ho più paura di venire al lavoro, in qualsiasi turno.  Questo lavoro mi piace, perché mi consente di tirar fuori il mio lato umano. E ci sono anche altri aspetti positivi: il lavorare in équipe, il numero scarso di pazienti a cui dedicarsi, il fatto di poter dare un aiuto completo, professionale e umano, a malati e famigliari. Non so se in strutture diverse dall’hospice potrei lavorare allo stesso modo. Probabilmente, in una RSA con 280 anziani da curare, potrei a malapena somministrare le terapie prescritte dai medici.Qua non c’è solo la gratificazione economica, che pure, per un ragazzo della mia età, è molto importante. La riconoscenza dei famigliari, quando sono contenti di come hai curato il loro parente, è la miglior ricompensa. Questa esperienza ti fa capire il valore della vita, aumenta la tua sensibilità.Ammetto che, fuori dalle otto ore di lavoro, sono un’altra persona: meno sensibile, meno disponibile. E se la sera, a casa, c’è un programma TV in cui parlano di malati oncologici, io spengo… 

Annarita , 42 anni, psicologa psicoterapeuta

Il mio approdo all’hospice non è avvenuto per caso. Al contrario, è stato da me fortemente voluto. Al momento del mio tirocinio post-laurea, in Psichiatria, mi è stato subito chiaro che non ero interessata alla psicopatologia. Dopo quel tirocinio ho fatto un’esperienza in un’ Unità Spinale, ed è stato lì che ho cominciato a pensare al mio lavoro nei termini di un supporto psicologico da offrire a persone che affrontano un percorso di malattia. Nel corso della mia esperienza professionale, mi sono poi avvicinata alla “psico-oncologia”: facevo, per un’associazione onlus, il sostegno alle donne operate per tumore al seno. Vedevo malate gravemente traumatizzate, oltre che dall’esperienza di malattia,  dalla comunicazione coi medici.In cure palliative ho intensificato molto il mio lavoro sulla comunicazione.Le cure palliative mi affascinano da quando hanno cominciato a svilupparsi in Italia. Nel 2000 lavoravo in Regione, mi capitava di incrociare alcuni  Responsabili dei Centri Lombardi di Cure Palliative e così, incuriosita, cominciai a frequentare i loro convegni. Le équipe di Cure Palliative erano già un fiore all’occhiello del Sistema Sanitario; io credo che siano fra le cose che funzionano bene, in Italia. E’ bella la caratteristica base di queste équipe: l’attenzione alla persona nella sua globalità, col suo mondo di affetti, relazioni, valori; non solo corpo e bisogni fisici…Mi piace molto far parte di un lavoro di squadra, dove ognuno contribuisce al benessere delle persone con la sua prospettiva professionale.  Ho iniziato a lavorare in un hospice intorno al 2006, dal 2008 sono all’hospice di Magenta.Mi chiedono come faccia a lavorare con gente che muore; la risposta è semplice: io stessa accetto la morte come naturale, non ne ho paura. Era più difficile, per me, dare un sostegno ai malati dell’Unità Spinale, che affrontavano la necessità di accettare gravissime invalidità.Certo, in hospice affronto i problemi di persone in cui la morte è prevista… Mi capitò anni fa una paziente giovane (25 anni), assistita per un tumore al seno piccolissimo. Era guarita perfettamente, aveva riprogettato la sua vita… La recidiva mi sorprese dolorosamente; non me l’aspettavo, e quando morì affrontai anche il mio lutto per lei.Qua lavoro molto, più che coi morenti, coi loro famigliari. Li aiuto a fronteggiare la morte al meglio, che non significa senza sofferenza… Cerco di facilitare l’espressione delle emozioni.Spesso osservo che ci sono dei bisogni, ma il mio intervento non è richiesto. Non è come per le persone che vedo nel mio studio, che scelgono di venire da me per una psicoterapia. I famigliari dei malati, qui, sono così centrati sui loro cari, che a volte riconoscono pure di avere un dolore, ma non si concedono di pensare a se stessi. Vengono sostenuti nel percorso di comprensione e “lettura” degli eventi, nel dolore da separazione. A volte li vedo anche dopo la morte del loro caro, quando hanno più tempo da dedicarsi per elaborare il loro lutto e quando il dolore dell’ assenza diventa prepotente.

Eugenia, 48 anni, OSS (operatore sociosanitario) 

Prima di arrivare in hospice lavoravo in una cooperativa di assistenza domiciliare. Sei anni fa mi viene proposto di lavorare in hospice. Accetto, con molte remore. Avevo avuto tanti gravi lutti personali, nella mia vita, e temevo di non farcela. Nel caso- mi dicevo- sarei tornata all’ADI. Mi rendo conto, invece, che questo lavoro mi piace ogni giorno di più. Nonostante le sofferenze dei malati, riesco a trarre positività da ciò che faccio. Siamo assuefatti a un mondo materialista, governato dal consumismo, dove il desiderio  dominante può essere quello  dell’ultimo modello di telefonino e qui ti rendi conto di poter offrire un budino o un tè caldo ottenendo in cambio grandi sorrisi o sguardi luminosi… Ciò mi riempie il cuore di gioia.Quando ho finito il turno, lascio il lavoro fuori dalla porta di casa, non ci penso più. Ma quando sono in hospice, sono lì al 100%, corpo e anima.I malati alla fine della loro vita espongono maggiormente il loro lato umano, e ti costringono a tirar fuori il tuo. La gratificazione di questo lavoro non è economica. Quanti Natali, quante notti al lavoro, per un 15% di paga in più. Non sono i soldi la mia motivazione.A volte mi sembra di compensare, col mio lavoro, le cure che non ho potuto riservare ai miei genitori, perché ero piccola quando erano malati.

Gaspare, 56 anni, OSS, sposato con 3 figli

Faccio l’operatore sociosanitario da 20 anni. In Sicilia ho lavorato assistendo malati mentali per un periodo, poi mi sono occupato di assistenza domiciliare. Dal 2002 sono al Nord, e per cinque anni ho lavorato in una casa di riposo per anziani, insieme a mia moglie che fa il mio stesso mestiere. Sono all’hospice dal momento in cui è stato aperto, nel 2007. Ho saputo che cercavano operatori da una mia collega della RSA, e sono venuto con lei in hospice, per separarmi  da mia moglie (sul lavoro). Il medico della RSA mi ha detto, prima di salutarmi “Guarda che là muoiono tutti i giorni!”. Ma io volevo provare questo lavoro, già da tempo. Avevo avuto una brutta esperienza, anni fa. Una mia cognata, morta a 22 anni. Un tumore allo stomaco, due operazioni inutili, una stomia a destra, una stomia a sinistra. Era diventata uno stecco, come i malati che vedo qui. Allora le cure palliative non erano sviluppate come adesso. L’esperienza di mia cognata mi ha colpito profondamente, e ha rafforzato la mia motivazione a iniziare a lavorare in cure palliative. Ora sono qui da anni, e il lavoro mi piace, voglio continuare. Se faccio un lavoro voglio farlo come si deve, mi piace approfondire. Avrei potuto fare altri lavori, guadagnando di più, ma qui faccio del bene, e sono sereno.Sa cos’è una delle cose che mi dà più da pensare? Ci sono persone che hanno fatto tanto nella vita, magari hanno dato l’anima per i figli…poi arrivano alla fine della loro esistenza e vengono abbandonate, anche se hanno bisogno di cure. Io qui riesco a dare una mano a queste persone. Più che le carte (qui c’è da scrivere per tre ore in cartella, il progetto assistenziale e via dicendo), io amo il contatto diretto col malato e i famigliari. Entro in una camera, spesso trovo i famigliari angosciati: faccio quattro parole, qualche battutina mentre sistemo il malato e quando esco li lascio più sereni. Di quello c’è bisogno, non di carta: una persona che li aiuti a pulirsi, a muoversi… Mi piace anticipare i bisogni dei pazienti, prima che mi venga fatta espressamente una richiesta: accorgermi subito se hanno dolore, o se hanno bisogno  di bere, o di essere cambiati.Pian piano mi sono abituato alle persone che muoiono. All’inizio no, veder morire persone giovani mi ha fregato. Avevo un’ansia… Sono caduto proprio in depressione, ed era colpa del lavoro. Ho dovuto prendere dei farmaci, li prendo ancora in piccola dose, ma forse ora potrei smettere, perché sono diventato più forte.La verità è che i malati e i famigliari parlano più con noi che con i medici. Ci raccontano tutto. Non mi faccio impressionare dalla malattia,no. Sono soprattutto le situazioni famigliari a coinvolgermi. Un malato mi parla dei suoi affetti, dei suoi interessi, mi racconta della pesca e dei figli e io penso “fra una settimana non ci sei più”, ma gli sorrido lo stesso.

Corina, 40   anni, infermiera, sposata con 2 figli 

Io sono romena. Sono in Italia dal 2005. Quando ho fatto l’esame per il riconoscimento del titolo di infermiera, ho dovuto studiarmi bene il codice deontologico (in italiano!). Imparare l’italiano è stato molto importante per la mia professione. Dal 2006 lavoro per una cooperativa. All’inizio lavoravo in un reparto ospedaliero di Medicina, a Roma. Nel 2009 mi sono trasferita a Magenta per lavorare all’hospice, ma non sapevo veramente cosa erano le cure palliative. Vedevo che i malati entravano, ma … non uscivano: ci rimanevo molto male. I malati morivano sempre durante il mio turno. I medici e la psicologa mi hanno aiutato molto a superare le mie difficoltà. Ricordo una volta, avevo appena somministrato la terapia  a un signore, è suonata la pompa (ndr la pompa-siringa dell’infusione sottocutanea continua), è entrata in stanza la psicologa per parlare col signore e io sono tornata in medicheria per preparare una nuova siringa per la pompa, poi sono rientrata nella camera …e l’ho trovato morto. Sono rimasta di sasso, con la siringa in mano. Me ne sono successe tante, di cose così. Io sono molto sensibile, ma nel tempo sono diventata più forte. L’esperienza mi aiuta tantissimo, ora. Ci sono ancora cose che però…l’esperienza non basta. Spesso i famigliari mi chiedono “quando?”, ma per questa domanda non c’è risposta, anche per me che lavoro qui da tanto tempo.Ci sono pazienti per cui ho pianto tanto. Una donna giovane, M. Faceva molta fatica a respirare, c’era suo marito vicino. Diceva: “Sto morendo. Vi voglio bene. Fatemi dormire, non voglio fare questa fatica.” Ho chiamato il medico di guardia. E’ stata fatta una sedazione. Com’è andata? Benissimo. Lei è andata avanti ancora due giorni, dormendo. Ma è morta con me (in turno).Di questo lavoro mi piace vedere subito i risultati di ciò che faccio: quando vedo un malato più tranquillo, o un parente che sorride, anch’io sono contenta. Cerco sempre di intervenire per tempo, non lasciare che un malato soffra. A volte un malato ha dolore ma non ha nemmeno la forza di dirlo. Io cerco di intervenire anche quando lo vedo dalla sua faccia, che sta soffrendo.

Chiara, 24 anni, infermiera 

Questa in hospice è la mia prima esperienza lavorativa. E’ una sfida, per me. All’epoca del mio tirocinio sono sempre finita in reparti ospedalieri, dove il  modo di lavorare è molto diverso.La cosa che mi piace di più, qui in hospice, è il rapporto che si instaura con le persone e i loro famigliari.In ospedale, quando c’ è un parente insieme al famigliare malato, è di norma il “vada pure fuori”, e fai quello che devi fare… Qua no, sai tutto dei malati, delle loro famiglie, della loro vita.Però, se c’è una situazione difficile in ospedale puoi nasconderti, qua la devi affrontare per forza…Gli obiettivi di cura sono molto diversi: in ospedale lavori per rimandare le persone a casa, qua devi accompagnarli alla morte. Io ho la lacrima facile, ci rimango sempre male quando muoiono.La cosa che mi ha fatto fare più fatica …è che ho perso mia mamma, quando avevo 7 anni. Aveva un tumore al cervello. Non so nemmeno se, allora, c’erano strutture come questa. Quando mia mamma è stata ricoverata in ospedale, un mese prima della sua morte, io non ho più potuto vederla, non mi facevano entrare. Mio padre le faceva delle foto e me le portava a casa… Ho ripensato a questo, quando ho visto i bambini di B. (ndr.una paziente ricoverata in hospice), di soli tre anni, che venivano qua a trovare la loro mamma. Ho pensato :”Sono cambiati i tempi, finalmente!”.Certo che lavorare qui, soprattutto all’inizio, è stata dura. Quando mi hanno detto quale fosse la mia destinazione lavorativa ho pensato “Oh, no! Tutto ma non questo!”. Poi mi sono detta: “Vedo com’è, inizio a lavorare, ma appena possibile scappo.”Invece sono ancora qui, e il lavoro mi sta piacendo. Ti dicono: “bisogna essere professionali”…Una parola! Io mi faccio prendere emotivamente.Però a volte, quando parlo con i famigliari dei malati, mi immedesimo, li sento vicini per l’esperienza che ho avuto. Mi sembra di poterli capire meglio…

Stefania, 39 anni, medico, sposata con 3 figli

Mi sono accostata per la prima volta alle cure palliative attraverso un’esperienza di volontariato all’hospice di Abbiategrasso. Non ero nuova ad esperienze di volontariato; l’hospice mi venne proposto dal mio parroco, che era anche assistente spirituale all’hospice di Abbiategrasso. A quell’epoca – avrò avuto 21 anni, forse ero al 3° anno di Medicina- l’hospice di Abbiategrasso accoglieva ammalati di AIDS in fase terminale. Il mio volontariato era di tipo assistenziale. Aiutavo a dar da mangiare ai malati, a girarli, cambiarli, a pulire i locali. La notte davo una mano all’infermiere di turno, che mi chiamava quando aveva bisogno di aiuto. Se andavo là di giorno, invece, oltre ai “lavori da OSS” qualche volta capitava anche che facessi compagnia ai malati: c’ero per una partita a carte, o per accompagnarli in giardino in carrozzina… Quest’esperienza di volontariato è stata importante per me; vi ho trascinato anche mio fratello, che è stato volontario anche lui ad Abbiategrasso per qualche anno, e ha indirizzato un po’ anche i miei studi universitari, facendomi pencolare fra malattie infettive  e terminalità. Nell’ultimo anno di università sono andata a  far volontariato in oncologia pediatrica, a Monza (mi sono laureata con una tesi di oncologia pediatrica, in effetti.) Dopo la laurea, frequentando ancora l’hospice di Abbiategrasso, seppur con minor impegno, mi hanno chiamata quando hanno deciso di impiantare un servizio di assistenza domiciliare di cure palliative. Nel frattempo (dal 2000), l’hospice di Abbiategrasso aveva iniziato ad accogliere, oltre ai malati di AIDS,  anche malati oncologici. Il servizio di cure palliative domiciliari, nel 2004, era destinato ai malati di cancro (in hospice finivano soprattutto i malati di AIDS, che avevano situazioni sociali e famigliari più complicate). Quando ho iniziato a lavorare per l’assistenza domiciliare, ho fatto il master di cure palliative. E’ stato lì, al master,  che ho conosciuto mio marito, che all’epoca era infermiere all’Istituto Tumori… Poi è venuto anche lui a lavorare ad Abbiategrasso. Nell’ottobre 2007, qualche mese dopo l’apertura dell’hospice di Magenta, mi sono trasferita a lavorare qui. Confesso che la motivazione principale è stata la necessità di non dover lavorare più con mio marito… A casa non ci portiamo il lavoro, anche se qualcosa… è inevitabile. Ne parliamo poco, ma come di una cosa normale, fa parte della nostra vita. Una cosa è certa: per i nostri bambini la morte è una cosa naturale. Ad esempio, Aurora, l’altro giorno, chiedeva:”Papà, ti faccio un disegno per i tuoi malati? C’è ancora la signora Giuseppina o è già morta?” Cosa mi danno le cure palliative? Il confronto con le persone che stanno morendo e con i loro famigliari (non solo l’esperienza della malattia terminale, ma il racconto di vita che emerge negli ultimi momenti) è per me un’occasione, uno stimolo per vivere bene la mia vita.

Lo sapevate che Dario l’ “ateo” una volta,

•maggio 31, 2013 • Lascia un commento

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Lo sapevate che Dario l’ “ateo” una volta, proprio sul camino di Santiago, aveva detto Messa? Io trovo che questa morte, proprio lì, in un luogo che ha immortalato sul profilo FB a rappresentarlo (gli alberi, lo zaino, il viaggio) sia significativa e poetica quanto la sua anima, e allora sono un po’ meno triste. In questi quindici anni, nei momenti più importanti della mia vita, Dario c’ è sempre stato: era alle mie letture e ai miei spettacoli, era ai matrimoni e ai funerali, era a prestarmi la macchina quando rimanevo a piedi… Io lo so che lui ci sarà sempre, ma ho bisogno degli altri amici per poterlo sentire meglio, il sesto senso mi restituice un Dario che parla poco (!), che non mangia, che non urla e non s’ incazza, un Dario santo e sorridente che ripete “ti voglio bene, non piangere”, mentre io vorrei l’altro Dario, quello che in vita avrei voluto insultare perché non si fa, andar via senza salutare.

ROSSO SCARLATTO

•aprile 3, 2013 • Lascia un commento

ImmagineLuisa era impegnata in un’operazione per lei inusuale. Si stava laccando le unghie delle mani con estrema attenzione, usando una concentrazione apparentemente sproporzionata allo scopo. Aveva scelto uno smalto scarlatto, aggressivo. Contemplò con soddisfazione le proprie unghie affilate, il segno riconoscibile della sua voglia di graffiare il futuro. Aveva passato un mese di vacanza da sola, al mare, a riflettere sulla sua vita, ed aveva trovato la tranquillità e la determinazione per darle la svolta necessaria. Si era fatta cullare dal rumore ipnotico delle onde e aveva asciugato il pianto al calore del sole. Aveva ripulito la mente dai pensieri negativi, allontanando da sé ogni motivo di ansia. E ci era riuscita perfettamente: la prova erano le sue unghie, incredibilmente lunghe. Era riuscita, senza alcuno sforzo, a non mangiarsele per un mese intero. In quei trenta giorni lontano da suo marito era riuscita finalmente a riconoscere quale fosse la principale origine della sua triste passività. Quell’uomo che le stava accanto come un’ombra sinistra ed opprimente non l’amava, e la rendeva profondamente infelice. L’aveva sposata per i soldi, anche se lei era bella e splendente, quando l’aveva conosciuto. Poi l’aveva uccisa lentamente con la sua indifferenza, negandole prima l’amore, infine anche un sesso palliativo e rassicurante. Oh, ma l’avrebbe fatta finita con quella mortale apatia. Si meritava passione, rossa passione. Decise che l’avrebbe lasciato e dipinse un’ombra scarlatta, perfetta, sulle sue unghie e sulla sua vita nuova.

 

Il Commissario Perfetti osservò con dissimulata indiscrezione il suo principale sospetto. Recitava la tranquilla fermezza dell’innocente, ma rapide occhiate oblique tradivano la sua ansia. Portava, in pieno agosto, una camicia a maniche lunghe abbottonata fino al collo, stretto da una cravatta Regimental. A stento aveva acconsentito a togliersi la giacca e ad appoggiarla sulla spalliera della poltroncina. “Fa caldo, qui. Il Ministero non vi concede ancora uffici con l’aria condizionata, a quanto vedo” sorrise compiacente, mentre il sudore gli disegnava aloni scuri sotto le ascelle. Il Commissario squadrò il suo inquisito senza alcuna condiscendenza. Non lo ingannava quella forbita formalità. Avrebbe giurato che quelle maniche lunghe e quella cravatta non erano segni di un’eleganza ad oltranza, ma i paludamenti di un uomo colpevole. Abbassò lo sguardo sulle mani dell’indagato: erano coperte da graffi lunghi e recenti. L’uomo parve leggergli nel pensiero. “La mia gatta mi ha conciato così. E’ capricciosa come un bambino. Se non le do il suo cibo preferito, tira fuori gli artigli. “ Perfetti pensò ad altri artigli, e alla belva che si nascondeva probabilmente sotto l’aspetto perbene e tranquillo di un “innocuo” essere umano. Congedò frettolosamente il suo indagato. Voleva interrogarlo più a lungo e più a fondo, ma con maggiore cognizione di causa, per fargli male. Voleva mettere quella belva in gabbia, dove non avrebbe più potuto nuocere ad altri se non a se stesso. Il Commissario ripensò ai risultati preliminari del rapporto della Scientifica e dell’autopsia compiuta sulla vittima, Luisa Solari. La donna era morta per shock emorragico conseguente a numerose ferite da taglio, inferte al torace e all’addome. La posizione del cadavere e la mancanza di segni d’effrazione in casa sua, dove era stato ritrovato il corpo, lasciavano presumere che la vittima conoscesse benissimo il suo carnefice, ma che non fosse stata colta completamente di sorpresa dalle sue intenzioni aggressive. La Solari doveva aver lottato a lungo col suo assassino, prima di soccombere alla sua furia. Improvvisamente Perfetti fu colto da un pensiero di revisione retrospettiva, un tipico pensiero da poliziotto. Nella mente gli si sovrapposero due immagini , con due particolari dissonanti come note di un pezzo di Schönberg. Rivide se stesso nell’atto di sollevare le mani della vittima, mentre si rivolgeva al collega della Scientifica: “Mi raccomando i prelievi sotto le unghie Abbiamo un bisogno disperato di una traccia organica che ci porti a inchiodare quello stronzo che l’ha ridotta così ”. Mise a fuoco l’immagine nella memoria, zumando sulle unghie, e ricordò di aver notato che erano insolitamente corte, per essere di una donna, e senza smalto. Ma erano curate, e tagliate con margini arrotondati e regolari. Perfetti afferrò le fotografie della Solari che teneva nel fascicolo. Si era fatto dare dai famigliari, come sua consuetudine, svariate istantanee recenti della defunta. Era una bella donna, quella che sorrideva fiduciosa all’obiettivo, con solo un’ombra di malinconica rassegnazione nello sguardo. Le foto la ritraevano sempre in compagnia di qualcuno, come se la Solari, in vita, avesse schivato quella solitaria posa in primo piano che la morte violenta le aveva regalato. Perfetti passò in rassegna le istantanee, cercando di inquadrare il particolare da riesaminare. Le mani non erano mai in primo piano, ma ben visibili su ciascuna delle foto, ora appoggiate alla spalla di un’amica, ora a reggere la testa in atteggiamento pensoso. E su tutte le foto Perfetti riconobbe un dettaglio di stentorea importanza: la vittima si mangiava le unghie. Si notava facilmente, perché la Solari appariva come una donna indubbiamente elegante e quelle unghie adolescenziali, rosicchiate all’osso, erano un particolare davvero stonato in quelle immagini.

 

“Gliel’hai detto, amore?” “Non ancora, Franci, non ancora.” “Quando lo dirai a tua moglie?” “Presto, tesoro. Prestissimo. Devi avere solo un po’ di pazienza. Domani tornerà dalle vacanze e glielo dirò, te lo prometto. Sarà rilassata da un mese di mare: è il momento migliore. Fra l’altro, sono convinto che anche lei non aspetti altro. Negli ultimi tempi siamo stati due separati in casa, due perfetti estranei che si salutavano a stento, incrociandosi casualmente sotto lo stesso tetto.” Cazzo, che donna stupida . Stupida e ignorante. Ma non li leggeva i giornali? Non li guardava i tg? Da due giorni non parlavano d’altro. Era il delitto dell’estate, il giallo al quale i turisti si appassionavano sotto l’ombrellone, alternando le discussioni sui sudoku alle ipotesi sull’assassino dell’unica figlia del magnate dei mobilifici brianzoli. E lui era il sospettato numero uno! Ma Francesca era così: incosciente e svagata, fuori dal mondo e fuori dal tempo. Fino ad ora non gli era importato nulla della sua pochezza intellettuale, perché era un’ottima amante, appassionata e fantasiosa. Ora, poi, quel suo qualunquistico disinteresse per gli eventi nel mondo, tornava insperatamente a suo vantaggio. Francesca era forse l’unica donna in Italia che non conosceva il suo vero nome, nonostante conoscesse perfettamente colore e dimensioni del suo uccello… In Tv continuavano a mandare foto di sua moglie accostate alle sue. Se solo Francesca fosse stata più curiosa, meno preoccupata del loro microcosmo fatto di serate passate in due -fra il letto e il tavolo da pranzo- avrebbe avuto una sconvolgente risposta alle sue ossessioni. Era gelosa. Mortalmente gelosa. Di ogni donna, compresa quella moglie negletta che credeva un ostacolo alla loro convivenza. Si era messa in testa di fargliela mollare, di farsi sposare. Era proprio stupida, stupida! Oh, ma l’avrebbe piantata, appena possibile, altro che convivenza! Solo che adesso non era proprio il momento. Aveva un piccolo problemino da risolvere, una quisquilia. Chissà perché si era fatto prendere dalla rabbia, lui che era sempre stato un campione di freddezza , di calcolo. Doveva essere stata la visione di tutto quel rosso, a farlo infiammare come un toro inferocito. Lei si stava dipingendo le unghie con uno smalto acceso. L’aveva guardata incredulo, per una volta stupito da quell’acqua cheta di sua moglie. La visione di Luisa, la tranquilla e dimessa Luisa, che si accendeva artigli rosso fuoco, l’aveva davvero spiazzato. Che cazzo le era successo? Doveva aver conosciuto qualche ometto in vacanza, qualcuno che l’aveva ringalluzzita. Non c’era altra spiegazione. Il sospetto divenne una certezza quando la sentì parlare, con voce insolitamente ferma e decisa. “In vacanza ho avuto modo di pensare molto, Fabio. Ho intenzione di lasciarti. Preparati in fretta a far fagotto. Desidero che tu sparisca al più presto dalla mia vista e dalla mia vita.” Le rise in faccia. “Hai trovato un altro con abbastanza pelo sullo stomaco per scoparti? Congratulazioni! Hai già avvisato il tuo avvocato? Non ho problemi a lasciare il campo, ma non dubitare che il divorzio ti costerà caro, molto caro. Sono il tuo povero maritino abbandonato e inconsolabile, e ho diritto a mantenere il mio attuale tenore di vita, mia cara. E tu sai che è altino, il mio tenore di vita. Non te la caverai con quattro soldi.” “Mi hai rubato dieci anni di vita e vuoi ancora rubarmi dei soldi? Sei proprio senza vergogna! Ma sappi che non ho alcuna intenzione di chiedere il divorzio. Chiederò- semplicemente- l’annullamento di matrimonio alla Sacra Rota. Non avrò alcun problema a farmelo concedere, e tu lo sai. Ho mille motivi. Dalla mancata consumazione al fatto che mi hai nascosto che eri sterile, per esempio. E poi piuttosto che darti ancora dei soldi preferisco darli tutti alla Chiesa perché cancellino il tuo merdoso nome dai miei documenti. Sei inadempiente su tutta la linea, Fabio, e io ti licenzio”. Non ci aveva davvero visto più. Gli era montata una rabbia insormontabile, cieca, rossa. Quella puttana lo voleva ricacciare senza tanti complimenti nei bassifondi da cui era venuto. Senza nemmeno un regalo d’addio, l’ingrata. Con la tipica arroganza dei ricchi. Aveva infierito su di lei col coltellaccio che usava per fare a pezzi la carne da mettere nel congelatore, e ricordava di averlo fatto senza nessuna remora, con un certo piacere, anzi. Lei si era difesa con inaspettata energia, l’aveva graffiato con quelle stupide unghie adunche che le guarnivano insolitamente i polpastrelli, lasciandogli i segni della lotta sulle mani, sulle braccia, sul collo. Poi si era accasciata in una pozza scarlatta, dove il rosso della boccetta di smalto si era mischiato al rosso del suo sangue. Solo dopo- quanto tempo dopo? non avrebbe saputo dirlo- Fabio aveva ritrovato la sua solita razionalità, la freddezza che l’aveva sempre fatto galleggiare sopra la mediocrità cui il destino sembrava averlo condannato. “Stai calmo- si era detto- stai calmo. Si può ancora aggiustare tutto. Basta che tu non sia tornato a casa, basta che tu non l’abbia ancora trovata. Non sapevi che lei dovesse tornare oggi ed eri ancora in viaggio, per lavoro. Ti imboschi un po’ da Francesca, finché non trovano il corpo. Tanto Francesca è tutta contenta di averti per casa, non aspetta altro quella fessacchiotta. E tu ripulisci tutto per bene, a cominciare da quelle cazzo di unghiacce, e gliele tagli corte corte, che alla polizia non gli venga in mente di cercare lì sotto le tracce della tua pelle e della tua colpevolezza. Sì, Fabio con un po’ di freddezza ce la puoi ancora fare…”

 

“Amore?” “Che c’è Franci?” “Non ti senti bene? Non vuoi più fare l’amore con me? Tu hai un’altra, lo so.” “Smettila, Franci. Tu e la tua stupida gelosia.” “Tu hai un’altra” era ostinata, quando ci si metteva. “E da cosa lo deduci, ch’io abbia un’altra? Se anche volessi- e non è il mio caso- non ne avrei il tempo. Sono sempre qui con te.” “Sempre un cavolo. Sei andato a lavorare, oggi.” “Eh già, scusa se devo lavorare. E ho avuto pure una giornata molto difficile, oggi. Sono esausto.” La seconda parte dell’affermazione era vera, verissima. Era stata una giornata difficile, con quell’interminabile interrogatorio in commissariato. Era stato lì lì per crollare. Era davvero stanco. Ed ora quella scema lo tormentava perché voleva scopare. Era una gatta in calore. Già, era per quello che l’aveva scelta, perché voleva sempre far sesso. Ma oggi no, cazzo, oggi no. “Se non mi vuoi scopare è perché ti sei scopato qualcuno in ufficio. Ecco perché sei stanco.” Francesca non poteva essere più lontana dalla verità, ma la sua insistenza poteva essere pericolosa. Non voleva che lo vedesse nudo, non ancora. Aveva le braccia e il collo pieni delle unghiate di Luisa. Non era proprio il caso che Francesca vedesse quei segni. Doveva almeno portarla in penombra. Al buio, magari, non se ne sarebbe accorta. Ma quanto a farselo rizzare, pareva proprio un’impresa disperata…. “Francesca, ti prego. Amore mio, mi fai fare un sonnellino, che poi magari mi riprendo? “fece leva sul suo scarso spirito di crocerossina e sulla sua più cospicua speranza di riprovarci più tardi. Francesca non era una cui piaceva la parola “poi”. Francesca era una che voleva tutto e subito, sfortunatamente. “Tesoro, non ti preoccupare, faccio tutto io. Ti rianimo, io, amore. Ti spoglio io…” “ No, no!” il rifiuto gli scappò così di slancio, che Francesca si insospettì ancora di più. Con decisione, gli sbottonò la camicia e gliela sfilò, in preda ad un presentimento ansioso. Ciò che vide la fece davvero inorridire. Un’altra donna gli aveva tatuato sul collo e sulle braccia delle piccole semilune rosse d’amore. “ Lo vedi? Tu hai un’altra, bastardo!” lo colpì con piccoli pugni rabbiosi. “Ora basta. Telefono a tua moglie e glielo dico, che hai un’altra, brutto stronzo traditore!”

 

Il Commissario Perfetti alzò il ricevitore svogliatamente e rispose ancor più svogliatamente, quando sentì la voce dell’ Ispettor Veronesi all’altro capo del filo. Sperava in una comunicazione della Scientifica, ed era deluso. Che novità poteva aver scoperto Veronesi sul caso Solari? Avevano torchiato parenti, amici e testimoni per ore ed ore, controllato e ricontrollato alibi e luogo del delitto. Il marito della Solari si stava rivelando un osso più duro del previsto, benché rimanesse l’indiziato numero uno. Solo la Scientifica poteva aiutarli, ormai, mica Veronesi. Ci voleva un cazzo di DNA, per venirne a capo. “Commissario? Sono Veronesi, ho grandi novità” “Mi dica Veronesi” Perfetti cercò di essere gentile. “Abbiamo trovato la testimone che ci mancava per la risoluzione del caso, Commissario. La testimone perfetta. Abbiamo trovato l’amante del marito della Solari, e ci ha raccontato delle cose molto interessanti…”

L’ultima valigia

•marzo 3, 2013 • Lascia un commento

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Una settimana fa si è ammalata. Forse è meglio precisare: si è beccata una polmonite. Malata lo era già, e gravemente. Nessuno di quelli che sono qui è sano, naturalmente. Anche se molti non credono di avere problemi gravi: vengono ingannati dai parenti o dai medici vili. A volte me li immagino, i dialoghi che precedono una decisione importante e inconsapevole. Battute rapide e brucianti, presupposti truccati. “Voglio andare a casa.” “Non puoi, il dottore dice che devi continuare a curarti” “Sono stufo marcio, fatemi andare a casa” “Come facciamo? Ci vuole l’ossigeno, il letto da ospedale, la badante. Io devo tornare al lavoro, o mi licenzieranno.” “E allora?” “ E allora potresti andare in un posto.” “Quale posto?” “Qua vicino all’ospedale. Fai un po’ di riabilitazione, ti tirano un po’ su…” “Sono stanco. Ci vuole una gru, per tirarmi su. Quanto si paga per ‘sto posto?” “Nulla. E’ gratis. Dell’ASL. Così abbiamo il tempo di organizzarci…” “Ok.”. Il malato, gentilmente ingannato su diagnosi, prognosi e cura dà il suo consenso disinformato, e poi arriva da noi. A volte, quando non è troppo male in arnese, ha il tempo di incazzarsi e rivendicare le terapie promesse. “Dove sono i fisioterapisti?” E io mi guardo intorno, come se fossero nella stanza accanto, troppo occupati per rispondere a quella richiesta. Anche Elsa, quando venne da noi, aveva una valigia piena delle solite bugie, ma non s’arrabbiò. Chiese di accendere la TV, si fece spiegare subito dov’erano campanelli e telecomandi, fece riempire a casa un’altra valigia con le cose davvero necessarie: foto, cuscini, occhiali e coperte colorate. Il primo giorno lo passò a dormire, stremata dalla fatica del trasloco e delle finzioni. Quando si svegliò le chiesi solo come si sentiva, se le faceva male da qualche parte, se desiderasse qualcosa. Mi guardò come un marziano vestito di bianco, e sorrise. Fuori dalla porta il marito di Elsa mi aspettava. “Allora, come sta?” porgeva con ansia una richiesta esplicita per avere una risposta ad una domanda inespressa e assai più angosciosa: “ Quanto tempo le resta?” E, ogni volta, questa è la domanda a cui non so mai rispondere. Nulla è più indeterminato della prognosi di un malato terminale. Io qua ho visto fenomeni inspiegabili dalla biologia: una settimana senza far pipì e senza fare dialisi, un mese di occlusione intestinale… “Il tempo…” sospendo la risposta e loro, i parenti dalle braccia allargate a una rassegnazione difficile, finiscono la frase: “…il tempo lo sa solo Dio”. Invece quel tempo lo sa e lo sceglie anche chi sta morendo : “Mi basta il tempo di morire, fra le tue braccia così” ognuno rivisita Battisti, accordando il suo tempo alle sue braccia: il ritmo dell’addio e dell’amore è diverso per ciascuno. Comunque nessuno vuole morire solo. Elsa, invece, voleva abbandonarsi al lusso della solitudine. In quel letto cui la costringevano le ossa sbriciolate dal cancro, le toccava continuare la direzione dei lavori affibbiatale sine die dalla sua famiglia disorganizzata e dipendente. Tre figli maschi, più uno, il marito, il più figlio di tutti. Un gran peso sul petto, più opprimente della tosse stizzosa; per quella, almeno, c’era la codeina. Invece a Marco, Fabrizio, Luca e Mario non c’era rimedio: erano in balia del loro spaesamento e della loro mancanza di autonomia, ed Elsa lo sapeva. A volte, entrando nella sua stanza, mi accorgevo che fingeva di dormire, solo per inalberare una difesa egoista fra le ciglia. I suoi uomini erano ai piedi del letto, a reclamare attenzioni spicciole e definitive: chiedevano aiuto e la sfinivano con richieste di manifesta inopportunità, che lei si ostinava a cercare di assecondare, spiegando con equanimità dov’erano bollette in scadenza e camicie stirate. Quando entravo per la visita quotidiana, lei mi guardava, coi suoi occhi chiari e intelligenti, cui non si poteva mentire, e scuoteva la testa in direzione dei suoi, sussurrando: “Li faccia uscire, dottoressa”. Una settimana fa, dicevo, ha preso una polmonite. Gliel’ha regalata sicuramente Mario: nel suo andirivieni senza precauzioni, le ha tossito addosso i germi innocui della vita quotidiana. Ha iniziato a tossire di nuovo anche Elsa, penosamente. Ogni colpo le squassava le costole e le percuoteva la schiena, dipingendole sul viso una smorfia di dolore. I figli erano preoccupati. “Fra una settimana è il compleanno della mamma, volevamo fare una festa. La rimetta in sesto, dottoressa. Il diciassette febbraio dev’essere in forma.” Certo, in forma. Elsa che pesa trentotto chili compreso il pigiama felpato. Elsa che da mesi si nutre con una pappa bianca che le scivola nelle vene. Elsa che non si alza più dal letto, neppure per andare in bagno. Dopo due giorni di antibiotico, però, la febbre non c’era più, ed era cessato il tormento della tosse. Non diminuiva il battage sulla festa di compleanno. “Che c’è da festeggiare? Avrò cinquant’ anni, venerdì. Mezza età, una vita intera. Ho fatto tante cose, ne ho fatte abbastanza.” Mentre stilava bilanci in attivo, Elsa scrutava il panorama dalla finestra con uno sguardo ladro che ormai ho imparato a riconoscere. Oggi, venerdì diciassette, era il giorno. Elsa si è pettinata, si è truccata con cura. Ha baciato tutti. “Auguri, auguri”. L’abbiamo coccolata, per quanto è possibile coccolare una persona ruvida come Elsa. Alle nove e zerouno Mario ha suonato il campanello. “Venite, Elsa è pallida e non mi risponde”: aveva il solito sguardo ansioso di tutti i giorni, Mario. Siamo tornati da Elsa senza fretta, ed era già un fantoccio floscio e bianco, confuso con le lenzuola appena cambiate. Buon compleanno, Elsa, e buon viaggio.

•febbraio 26, 2013 • Lascia un commento

imageIo sono italiana. Purtroppo. Oggi, ancora una volta, mi rendo conto che gli italiani hanno bisogno di duci o di imbonitori. Gremiscono le piazze per acclamare Mussolini, Craxi, Bossi, Berlusconi ( e Grillo, fatte le debite proporzioni). Il carisma ha bassa statura, denti finti, ce l’ ha duro, va a puttane (anche in senso metaforico). Il carisma è intollerante, volgare, irridente. Il carisma picchia i pugni sul tavolo, urla, dice bugie a getto continuo. Il carisma ostenta continuamente l’ umiliazione che infligge ai suoi sudditi, e con quest’ esibizione indecente li umilia ancora di più. Io non capisco come mai, nel mio Paese, il carisma non accarezza le persone gentili, ma amoreggia in pubblico con quelle grossolane. Il carisma, in Italia, è impresentabile, ma si presenta sempre, impunito, fino alla morte.

Il silenzio del tempo

•novembre 18, 2012 • 3 commenti

“E’ rotto. Mi spiace, deve andar su a piedi”. La portinaia mi riservò un’occhiata fintamente compassionevole, indicando il solito cartello “GUASTO”, sulla porta dell’ascensore.

Imprecai. Otto piani a piedi.

Al terzo piano già si sentivano. La voce maschile – profonda e possente- era accompagnata da rumori sordi: tonfi di sedie cadute e pugni sul tavolo le facevano un contrappunto ritmato, come percussioni suonate da un batterista ubriaco.

La voce femminile andava sollevandosi in un crescendo così stridulo e petulante che veniva voglia di spegnerla, le mani serrate su una gola che sapeva gridare solo verità sgradevoli e aspre.

Salivo le scale e sentivo montarmi vergogna e dolore infantili, per quel disaccordo così urlato ed indecentemente esibito.

“Signore e signori, vi presento i miei genitori nel loro concerto preferito: litigio in sol maggiore.”

Tutto il palazzo sapeva di noi, della nostra fragorosa disarmonia.

I litigi di mio padre e mia madre erano temporali che scoppiavano in ogni stagione, trasformandosi spesso in uragani inarrestabili e devastanti.

Una volta, all’uscita da una pizzeria, un passante aveva cercato vanamente di opporsi  a quella cieca furia di coppia, che era esplosa invereconda e impaziente  in mezzo alla strada ( io e mia sorella ci eravamo acquattate dietro ad un albero, aspettando atterrite la fine delle intemperie).

“Fermatevi! Fatelo almeno per le vostre bambine. Non vedete che hanno paura?” Il malcapitato aveva rischiato l’incolumità personale, perché i due avevano improvvisamente ritrovato una solidarietà aggressiva . “Lei non s’impicci, non sono affari suoi” avevano urlato all’unisono all’ occasionale spettatore innocente del loro tumultuoso menage.

Quella colonna sonora era diventata una musica così  abituale nella mia vita, che ogni alternativa di pace suonava alle mie orecchie come un silenzio mortale. “A volte sembra che cerchi il conflitto a qualsiasi costo” diceva mio marito. Ma io ormai sento litigare quei due sempre, anche dentro di me. Il loro disaccordo non ha più bisogno neppure di un teatro di rappresentazione, o di un tempo meno irragionevole dell’età dell’irruenza. Sono vecchi e bisticciano ancora, perché è così che sono abituati.

Arrivai davanti all’uscio  di casa senza fiato: colpa dei gradini, ma anche del dolore che si rinnovava, rumoroso.

Mia madre mi aprì la porta in silenzio. Aveva occhiaie bluastre e capelli in disordine, ed era pallidissima.

“E’ ancora vivo” disse.

Mio padre era disteso sul letto matrimoniale (lei non aveva voluto per lui il lettino articolato da ospedale). Fra testa e piedi una rete di tubi lo imprigionava nelle maglie di una vita innaturale: la flebo, il respiratore, il sondino per l’alimentazione, il catetere. Lei aveva voluto così. “Me lo porto a casa e lo assisto io”  aveva detto ai camici bianchi dalle  braccia allargate e impotenti. “Non mi importa quanto potrà vivere. Lo voglio con me.” Ed ora, muto, era solo suo.

La osservai stranita, mentre lo accarezzava, lo baciava, gli teneva la mano. Ero stupefatta da quella scoperta tardiva: lei gli voleva bene. Chissà se lui l’aveva mai saputo. Come se mi leggesse nel pensiero, le sentii mormorare una litania sommessa. “Non morire. Non morire. Non morire. Ti voglio bene, fammi capire che mi hai sentito.”

Lui si sollevò improvvisamente in un sussulto di animale ferito. Uno spasmo terribile gli inarcò il corpo e gli mosse braccia e gambe. “Come un gatto decerebrato”, pensai, con un automatismo difensivo. Ma era mio padre, quel burattino dai fili sganciati da un marionettista distratto.

“Hai visto? Si è mosso. Mi ha risposto. Mi ha sentito” disse mia madre, e pianse.