La torta di mele
Quest’influenza è stata (è) micidiale. Mi ha fiaccato i muscoli e la fiducia. Domenica mattina avevo quaranta di febbre e neanche una fottuta aspirina in casa: calzolaio con le scarpe rotte. L’uomo di casa (figlio quattordicenne squisitamente inefficiente) mi ha assicurato che avrebbe provveduto a procurarsela in breve tempo. Alle otto di sera deliravo tentando di infilarmi in un orecchio una supposta (scaduta) pediatrica di tachipirina. Bene: ora so che se devo munirmi anch’io di chiamaiutobeghelli come si raccomanda ai vecchietti soli e malandati. Il mio va collegato solo al 118 (non vedo quali parenti potrebbero attivarsi, visto l’esito delle cure filiali). Ho nostalgia di febbroni infantili, quando ammalarsi era una rara occasione per scroccare un po’ di coccole. La malattia era forse l’unica chance per vedere sgretolare la spietatezza di mia madre. La magia del rialzo termico era più potente di mille moine. Mi collocava nel lettone rimboccando lenzuola fresche e derogava alla proibizione dei cuscini (non ho mai dormito coi cuscini perché la genitrice sosteneva che favorivano l’insorgenza del doppiomento – privazione crudele e inutile, che non ha funzionato). Mi comprava i giornalini preferiti, e stupidi ma preziosissimi gadget scovati per l’occasione. E poi rimaneva a casa con me, asfissiandomi di spremute e baci. Ne facevo golosa provvista per tutto l’anno.
Oggi ho sentito il bisogno riacutizzato di quelle coccole; la mia febbre anelava l’antipiretico di un’attenzione speciale, invece è arrivato lo sfregio di un nome sbagliato sulla ricetta, a ricordarmi che non è più età per infantili pretese. Allora mi sono fatta una torta, per consolarmi. Ho preso la ricetta della mia amica Daniela, che è precisa e dolce come lei. Solo che la sua torta non mi viene mai una volta uguale all’altra. Perché io non ho una bilancia, e faccio tutto ad occhio, improvvisando. E’ il mio metodo anche nella vita, e devo dire che ben si attaglia alla mia smemoratezza e alla mia insofferenza per la consuetudine. Oggi la torta di mele era particolarmente soffice e lenitiva, era come se mia mamma l’avesse preparata per me.

Ma povera piccola…sei andata a sceglierti una torta che è anche lunga da preparare…bene a sapersi che però ti piace. Prossima volta te la preparo con la mia ricetta.
Certo che doversi coccolare da soli a volte è un po’ triste.
Io di solito uso il te’. Tanto te’. Litri di te’ bollente. Non guarisce ma consola e, soprattutto come diceva una ‘sinforosa’ che conoscevo e che pensava di parlare ‘fino’, non impegna. hehehe.
Auguri.
Gianlù
eccomi! Lo scrivo qui, perché non saprei dove altro postarlo: "La mia paura cammina su tacchi bassi perché non mi piace stare in bilico, ma inciampo spesso in ostacoli dimenticati ." è chiarissimo il concetto, come pure tutto il resto e… mi ci ritrovo:-)
Quanto a certe coccole, ora ce le possiamo sognare: succede così anche a me. Mi è capitato spesso di pensare a quelle minestrine, o meglio ancora ai semolini che mamma mi preparava, appena mi riprendevo dal febbrone… ora devo prima riuscire ad alzarmi e poi… o me li faccio io o niente. C’è proprio il profumo di dolci coccole in queste tue righe.